L’emergenza sanitaria da Covid-19, nella primavera del 2020, ha imposto una profonda riorganizzazione di ogni aspetto della vita sociale ed economica, e il sistema giudiziario non ha fatto eccezione. La Corte di Cassazione, vertice della giurisdizione ordinaria, si è trovata a dover bilanciare la tutela della salute pubblica con la necessità di garantire la continuità della funzione giurisdizionale. Con una serie di provvedimenti, tra cui il decreto n. 47 del 31 marzo 2020, ha introdotto misure straordinarie per la gestione dei procedimenti, facendo emergere al contempo una criticità significativa: l’arretratezza sul fronte del deposito telematico degli atti.

La riorganizzazione dei procedimenti civili e penali

Per far fronte alla situazione emergenziale, la principale misura adottata dalla Suprema Corte è stata il rinvio d’ufficio di gran parte delle udienze. Sia nel settore civile che in quello penale, le cause fissate nel periodo più critico della pandemia sono state riprogrammate a data successiva al 30 giugno 2020. Questa decisione, sebbene necessaria per limitare gli spostamenti e gli assembramenti, ha inevitabilmente comportato un rallentamento dell’attività giudiziaria.

Tuttavia, non si è trattato di una sospensione totale. Sono state previste importanti eccezioni per garantire la trattazione dei casi urgenti, come stabilito dalla normativa emergenziale (d.l. n. 18/2020). Tra questi rientravano, ad esempio, i procedimenti penali con termini di custodia cautelare in scadenza o altre cause la cui trattazione non poteva essere differita. Per alcune tipologie di adunanze, inoltre, è stata introdotta la possibilità di svolgimento da remoto, un primo passo verso modalità di lavoro più agili e digitalizzate.

Il nodo cruciale: l’impossibilità del deposito telematico

La vera sfida emersa durante il lockdown ha riguardato il deposito degli atti processuali. Mentre nei tribunali di primo e secondo grado era già operativo da anni il Processo Civile Telematico (PCT), che consente ad avvocati e magistrati di depositare e consultare atti in formato digitale, la Corte di Cassazione ne era ancora sprovvista. Questa lacuna tecnologica, in un momento in cui gli accessi fisici alle cancellerie erano fortemente limitati, si è trasformata in un ostacolo concreto per l’esercizio del diritto di difesa.

Gli avvocati si sono trovati in difficoltà nel depositare ricorsi, memorie e altri documenti nel rispetto delle scadenze perentorie. La situazione ha messo in luce una disparità all’interno dello stesso sistema giudiziario, con il suo organo supremo tecnologicamente meno avanzato rispetto alle sedi di merito.

Le sfide tecniche e le soluzioni temporanee

Per superare l’impasse, si è cercato di ricorrere a soluzioni temporanee, come l’invio degli atti tramite Posta Elettronica Certificata (PEC). Questa opzione, però, ha sollevato complesse questioni tecniche e giuridiche, come evidenziato in una relazione dell’Ufficio del Massimario della stessa Corte.

I principali problemi individuati erano:

  • Validità della copia: Se un avvocato avesse inviato via PEC la scansione (copia per immagini) di un atto cartaceo, la cancelleria avrebbe ricevuto una semplice copia fotostatica, il cui valore legale è diverso dall’originale, che sarebbe rimasto nelle mani del difensore.
  • Gestione dell’atto nativo digitale: Se, invece, l’avvocato avesse inviato un atto creato direttamente in formato digitale e firmato digitalmente, la Corte non disponeva dell’infrastruttura necessaria (un registro informatico o “repository”) per riceverlo, conservarlo e renderlo consultabile in modo sicuro e conforme alla normativa.

Queste difficoltà hanno evidenziato come la digitalizzazione della giustizia non sia solo una questione di trasmissione, ma richieda un’infrastruttura completa per la gestione dell’intero ciclo di vita del documento processuale informatico.

L’impatto su cittadini e professionisti

Le criticità organizzative e tecnologiche della Cassazione durante l’emergenza hanno avuto un impatto diretto sui diritti dei cittadini. I rinvii hanno allungato i tempi della giustizia, mentre le difficoltà nel deposito degli atti hanno creato incertezza e ostacoli per gli avvocati, rischiando di compromettere l’efficacia della difesa. La pandemia ha agito come un potente “stress test”, rivelando le fragilità strutturali del sistema e sottolineando l’urgenza di completare la transizione digitale a tutti i livelli della giurisdizione per assicurare un accesso alla giustizia resiliente e continuativo, anche in condizioni straordinarie.

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Di admin