L’obbligo dei genitori di mantenere i figli maggiorenni non è illimitato e non può trasformarsi in una rendita a tempo indeterminato. Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale: superata una certa età, il figlio adulto che non si impegna attivamente per raggiungere la propria autonomia economica perde il diritto all’assegno di mantenimento. Questa decisione chiarisce i confini della responsabilità genitoriale, ponendo l’accento sul dovere di auto-responsabilità del figlio.
Quando cessa l’obbligo di mantenimento
Il dovere di un genitore di supportare economicamente il figlio non termina automaticamente al compimento dei 18 anni, ma prosegue fino a quando il figlio non raggiunge una propria indipendenza economica. Tuttavia, questo diritto non è incondizionato. La giurisprudenza ha progressivamente definito i criteri secondo cui tale obbligo viene meno, sottolineando che il figlio maggiorenne ha il dovere di attivarsi per trovare un’occupazione adeguata alle proprie capacità e aspirazioni.
Il principio cardine è che il mantenimento non può essere garantito a vita. È una misura di sostegno legata a un progetto formativo o a un percorso di inserimento lavorativo. Se il figlio, senza giustificati motivi, rimane inerte o rifiuta opportunità concrete, il genitore obbligato può chiedere al giudice la revoca dell’assegno.
Il caso specifico: la revoca per una figlia trentenne
La decisione della Cassazione (ordinanza n. 29264/2022) nasce dal ricorso di un padre che chiedeva di interrompere il versamento dell’assegno alla figlia di quasi trent’anni. La giovane, pur avendo svolto lavori saltuari e mal retribuiti, non aveva mai dimostrato un reale impegno nel cercare una stabilità lavorativa. Viveva ancora con la madre e, pur avendo un compagno e una figlia, non aveva raggiunto alcuna forma di autonomia.
La Corte ha accolto la richiesta del padre, sottolineando che l’età della figlia era un fattore determinante. A trent’anni, una persona è tenuta ad assumersi la piena responsabilità del proprio futuro. L’inerzia e la mancanza di iniziativa non possono più essere giustificate e non possono gravare indefinitamente sulle finanze del genitore. Secondo i giudici, la figlia avrebbe dovuto attivarsi per cercare non solo un lavoro, ma anche eventuali forme di sostegno sociale previste dalla legge, anziché fare esclusivo affidamento sul mantenimento paterno.
Criteri per la revoca dell’assegno di mantenimento
La decisione di revocare l’assegno di mantenimento a un figlio maggiorenne non è automatica, ma si basa su una valutazione complessiva della situazione. I fattori principali presi in considerazione dai giudici includono:
- Età del figlio: Più l’età avanza, più si presume che il figlio abbia avuto il tempo necessario per completare gli studi e trovare un lavoro. L’età di trent’anni è spesso considerata una soglia critica.
- Impegno nella ricerca di lavoro: Il figlio deve dimostrare di aver cercato attivamente e concretamente un’occupazione, inviando curriculum, partecipando a selezioni e accettando opportunità congrue al suo percorso.
- Completamento del percorso formativo: Se il figlio ha terminato gli studi da tempo senza intraprendere un percorso lavorativo, il diritto al mantenimento può essere messo in discussione.
- Rifiuto ingiustificato di opportunità: Il rifiuto di offerte di lavoro ragionevoli e adeguate alle proprie competenze è un elemento che gioca a sfavore del figlio.
- Condotta complessiva: Viene valutato l’atteggiamento generale del figlio verso l’indipendenza, che deve essere proattivo e responsabile.
Cosa fare se il figlio non è economicamente indipendente
La sentenza della Cassazione chiarisce che il sistema di tutele non deve essere confuso con l’assistenza a tempo indeterminato. Un figlio adulto in difficoltà economica deve prima di tutto attivarsi personalmente. Se, nonostante gli sforzi, non riesce a trovare un’occupazione, la strada da percorrere è quella degli ammortizzatori sociali e dei sussidi statali, come il reddito di cittadinanza o altre forme di sostegno al reddito.
Resta fermo, in casi di grave difficoltà e incapacità di provvedere ai bisogni primari, il cosiddetto “obbligo alimentare”. Si tratta di un dovere diverso e più limitato rispetto al mantenimento, che copre solo le necessità essenziali per la sopravvivenza (vitto, alloggio, cure mediche) e non il tenore di vita precedente.
Questa evoluzione della giurisprudenza mira a responsabilizzare i giovani adulti, incentivandoli a costruire il proprio futuro in modo autonomo, pur garantendo una rete di protezione per le situazioni di reale e incolpevole necessità.
Per assistenza o per segnalare il tuo caso, contatta Sportello Consumatori.
Per assistenza contatta Sportello Consumatori
Via Fratelli Cervi 64, 00053 Civitavecchia
Segreteria telefonica e WhatsApp: 0766036164
Email: contattaci@sportelloconsumatori.org