Il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, introdotto con il Decreto Legislativo n. 23/2015 (noto come parte del Jobs Act), ha rappresentato una significativa riforma del diritto del lavoro in Italia. L’obiettivo era quello di aumentare le assunzioni stabili rendendo più flessibile la gestione dei rapporti di lavoro. Uno dei punti cardine di questa riforma riguardava il calcolo dell’indennità in caso di licenziamento illegittimo, strettamente legato all’anzianità di servizio del lavoratore. Tuttavia, un intervento della Corte Costituzionale ha profondamente modificato questo meccanismo.

Come funzionava il calcolo dell’indennità

In origine, la normativa prevedeva che, in caso di licenziamento illegittimo per motivi economici o disciplinari (esclusi i casi di nullità e discriminazione), al lavoratore non spettasse la reintegrazione nel posto di lavoro, ma un’indennità economica. L’importo di questa indennità era calcolato in modo rigido e predeterminato: due mensilità dell’ultima retribuzione per ogni anno di servizio. Erano previsti un importo minimo e uno massimo.

Questo sistema rendeva il costo di un licenziamento facilmente calcolabile per il datore di lavoro, basandosi unicamente sul parametro dell’anzianità. Sebbene il cosiddetto “Decreto Dignità” (D.L. n. 87/2018) avesse successivamente aumentato i limiti minimi e massimi dell’indennità, non aveva modificato il criterio di calcolo, che restava ancorato alla sola durata del rapporto di lavoro.

La svolta della Corte Costituzionale con la sentenza n. 194/2018

La Corte Costituzionale, con la storica sentenza n. 194 del 2018, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo meccanismo di calcolo. La Corte ha stabilito che basare l’indennità esclusivamente sull’anzianità di servizio è irragionevole e viola i principi di uguaglianza e di tutela del lavoro. Secondo i giudici costituzionali, un criterio così rigido non permette di personalizzare il risarcimento in base alle specificità del caso concreto, finendo per trattare situazioni molto diverse tra loro in modo identico.

Un’indennità calcolata solo sulla base degli anni di servizio, infatti, non costituisce né un adeguato ristoro per il danno subito dal lavoratore, né un deterrente efficace contro i licenziamenti ingiustificati. Il pregiudizio per chi perde il lavoro dipende da una pluralità di fattori, non solo da quanto tempo ha lavorato in quell’azienda.

Cosa cambia per il lavoratore licenziato

A seguito della pronuncia della Consulta, il giudice ha riacquistato un ruolo centrale nella determinazione dell’indennità per licenziamento illegittimo. Non è più vincolato a un calcolo matematico basato sulla sola anzianità, ma deve valutare il caso nel suo complesso, tenendo conto di diversi criteri per stabilire un importo equo e congruo, sempre all’interno dei limiti minimi e massimi previsti dalla legge.

I principali parametri che il giudice può considerare per personalizzare l’indennità includono:

  • L’anzianità di servizio, che rimane un elemento importante ma non più l’unico.
  • Il numero dei dipendenti occupati e le dimensioni dell’impresa.
  • Le dimensioni dell’attività economica dell’azienda.
  • Il comportamento tenuto dalle parti (datore di lavoro e lavoratore) prima e dopo il licenziamento.
  • Le condizioni personali e sociali delle parti coinvolte.

Quali sono le tutele attuali?

Oggi, per i lavoratori assunti con il contratto a tutele crescenti, la tutela contro il licenziamento illegittimo rimane prevalentemente di tipo economico (indennitaria). La reintegrazione nel posto di lavoro è limitata a casi specifici e più gravi, come il licenziamento discriminatorio o nullo. Tuttavia, grazie all’intervento della Corte Costituzionale, l’indennità non è più una cifra fissa e prevedibile, ma un importo che il giudice stabilisce in modo discrezionale, garantendo una valutazione più giusta e adeguata al danno effettivamente subito dal lavoratore.

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Di admin