Il crimine internazionale di aggressione è spesso definito il “crimine supremo”, poiché da esso scaturiscono molte delle atrocità che il diritto internazionale cerca di prevenire. Si tratta dell’atto di pianificare, avviare o condurre una guerra illegittima. Per decenni, la sua definizione e perseguibilità sono state oggetto di complessi negoziati. Oggi, grazie allo Statuto di Roma che ha istituito la Corte Penale Internazionale (CPI), questo crimine ha una sua precisa collocazione giuridica, sebbene la sua applicazione pratica presenti notevoli sfide.
Che cos’è il crimine di aggressione
La definizione del crimine di aggressione è stata formalizzata con gli emendamenti allo Statuto di Roma, adottati durante la Conferenza di Kampala nel 2010. Secondo l’articolo 8-bis dello Statuto, questo crimine consiste nella “pianificazione, preparazione, inizio o esecuzione, da parte di una persona in grado di esercitare effettivamente il controllo o di dirigere l’azione politica o militare di uno Stato, di un atto di aggressione che per carattere, gravità e portata costituisce una manifesta violazione della Carta delle Nazioni Unite”.
Questa definizione chiarisce alcuni punti fondamentali:
- È un crimine dei leader (leadership crime): Non sono i singoli soldati a poter essere accusati di aggressione, ma le figure di vertice politico o militare che hanno il potere di decidere e scatenare una guerra.
- Presuppone un atto di aggressione dello Stato: Il crimine individuale è legato a un’azione illecita dello Stato, come l’invasione, il bombardamento o l’occupazione militare del territorio di un altro Stato sovrano.
- Ha una soglia di gravità elevata: L’atto deve costituire una violazione “manifesta” della Carta dell’ONU. Ciò significa che non ogni uso della forza armata rientra in questa categoria, ma solo quelli più gravi e inequivocabili.
L’elemento soggettivo richiesto è il cosiddetto animus aggressionis, ovvero l’intenzione specifica di commettere l’atto di aggressione, distinguendolo da altri usi della forza che potrebbero essere considerati leciti o meno gravi.
Come viene perseguito dalla Corte Penale Internazionale
La procedura per perseguire il crimine di aggressione è una delle più complesse e controverse previste dallo Statuto di Roma. L’attivazione della giurisdizione della Corte Penale Internazionale dipende da meccanismi che coinvolgono direttamente il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, un organo politico e non giudiziario. Esistono tre modalità principali attraverso cui la Corte può procedere.
1. Deferimento da parte del Consiglio di Sicurezza (Art. 15-ter):
Il Consiglio di Sicurezza può deferire alla Corte una situazione in cui si presume sia stato commesso un atto di aggressione. Questo è il meccanismo più potente, poiché si applica a qualsiasi Stato, indipendentemente dal fatto che abbia ratificato o meno lo Statuto di Roma.
2. Iniziativa di uno Stato Parte o del Procuratore (Art. 15-bis):
Se uno Stato membro della Corte o il Procuratore stesso avviano un’indagine, la procedura è più complessa. Il Procuratore deve prima notificare il Consiglio di Sicurezza. Se il Consiglio determina che è stato commesso un atto di aggressione, il Procuratore può procedere. Se il Consiglio non si pronuncia entro sei mesi, il Procuratore può comunque andare avanti, ma solo dopo aver ottenuto l’autorizzazione da una sezione specifica della Corte (la Pre-Trial Division).
Limiti e criticità del sistema di giustizia
Il meccanismo di persecuzione del crimine di aggressione presenta significative criticità che ne limitano l’efficacia. La principale debolezza risiede nel ruolo preponderante del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Il potere di veto
Il problema più evidente è il diritto di veto detenuto dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti). Ciascuno di questi Paesi può bloccare qualsiasi risoluzione, inclusa quella che determina l’esistenza di un atto di aggressione. Di conseguenza, è praticamente impossibile che il Consiglio di Sicurezza deferisca alla Corte una situazione che coinvolga uno dei membri permanenti o un loro stretto alleato. Questo crea una sorta di immunità di fatto per le potenze mondiali.
La clausola di opt-out
Gli Stati che hanno ratificato lo Statuto di Roma hanno la facoltà di dichiarare di non accettare la giurisdizione della Corte per il crimine di aggressione. Questa clausola, nota come “opt-out”, permette agli Stati di sottrarsi a questa specifica competenza, pur rimanendo membri della Corte per gli altri crimini (genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità).
Giurisdizione limitata
Salvo un deferimento da parte del Consiglio di Sicurezza, la Corte non può esercitare la sua giurisdizione su cittadini di Stati che non sono parte dello Statuto di Roma. Questo esclude una porzione significativa della comunità internazionale dal raggio d’azione della giustizia penale internazionale per questo crimine.
Le implicazioni per la giustizia globale
Nonostante i suoi limiti, l’attivazione della giurisdizione sul crimine di aggressione rappresenta una pietra miliare nel diritto internazionale. Per la prima volta, esiste un meccanismo permanente per ritenere i leader individualmente responsabili della decisione di scatenare una guerra. Questo rafforza il principio fondamentale della Carta delle Nazioni Unite che vieta l’uso della forza nelle relazioni internazionali e contribuisce a creare un deterrente, seppur imperfetto, contro le guerre di aggressione. La sfida futura sarà vedere come la Corte Penale Internazionale riuscirà a navigare le complesse dinamiche politiche per applicare concretamente queste norme.
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