L’emergenza sanitaria legata al Coronavirus ha imposto misure restrittive senza precedenti, come il lockdown, costringendo milioni di persone a rimanere in casa per contenere il contagio. Sebbene necessaria per la salute pubblica, questa situazione ha creato un’emergenza nell’emergenza, aggravando il rischio per chi vive in contesti di violenza domestica. La convivenza forzata con il proprio aggressore ha trasformato le mura domestiche in una prigione, limitando le possibilità di chiedere aiuto e aumentando l’isolamento delle vittime.

L’impatto del lockdown sulla violenza domestica

La permanenza obbligatoria in casa ha amplificato le dinamiche di abuso e controllo. Per molte donne, bambini e persone anziane, l’isolamento sociale non è stato solo una misura di prevenzione, ma una vera e propria forma di alienazione che ha intensificato il pericolo. L’aggressore ha potuto esercitare un controllo costante, rendendo difficile per la vittima anche solo fare una telefonata o cercare supporto all’esterno. Questa condizione ha innalzato il livello di rischio per l’incolumità fisica e psicologica, creando un clima di paura e sottomissione continua.

Il contesto emergenziale ha inoltre generato stress, incertezza economica e ansia, fattori che, pur non essendo mai una giustificazione, possono agire da detonatore in contesti familiari già fragili e conflittuali. La difficoltà di sottrarsi alla sorveglianza dell’abusante ha reso ancora più complesso denunciare o pianificare una fuga.

Strumenti di tutela e supporto sempre attivi

È fondamentale sottolineare che, anche durante il periodo di massima emergenza, gli strumenti di protezione per le vittime di violenza non sono mai stati sospesi. Le procedure giudiziarie urgenti, come gli ordini di allontanamento dalla casa familiare (art. 342 bis e ter c.c.) e le misure cautelari penali, sono sempre rimaste operative. I tribunali e le forze dell’ordine hanno continuato a garantire interventi indifferibili per proteggere le persone in pericolo.

Un punto cruciale è che la necessità di fuggire da una situazione di violenza è sempre stata considerata una “situazione di necessità”, giustificando quindi lo spostamento al di fuori della propria abitazione, anche in violazione delle restrizioni generali alla circolazione. Le vittime avevano il diritto di allontanarsi per mettersi in salvo e raggiungere un luogo sicuro, come un centro antiviolenza o la casa di un parente.

Come e a chi chiedere aiuto

Conoscere i canali di aiuto è il primo passo per uscire da una spirale di violenza. Le risorse a disposizione sono molteplici e pensate per offrire un supporto concreto e immediato, anche in condizioni di difficoltà. È importante sapere che non si è soli e che esistono professionisti pronti ad ascoltare e intervenire.

  • Numero nazionale antiviolenza e stalking 1522: Gratuito e attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Offre un primo ascolto da parte di operatrici specializzate e può indirizzare verso i servizi più vicini sul territorio, come i centri antiviolenza. È accessibile anche tramite chat sul sito ufficiale.
  • Forze dell’Ordine: Il Numero Unico di Emergenza 112 è sempre il primo contatto in caso di pericolo immediato. È possibile chiamare per richiedere un intervento urgente.
  • App per smartphone: Applicazioni come “YouPol”, creata dalla Polizia di Stato, permettono di inviare segnalazioni, anche in forma anonima, con la possibilità di trasmettere messaggi e immagini direttamente alle sale operative.
  • Centri Antiviolenza: Sono strutture specializzate che offrono gratuitamente supporto psicologico, consulenza legale e, in caso di necessità, ospitalità in case rifugio a indirizzo segreto per proteggere le vittime e i loro figli.
  • Messaggi in codice: Durante l’emergenza sono state promosse iniziative, come la campagna “Mascherina 1522”, che permetteva di chiedere aiuto in farmacia utilizzando una parola in codice, allertando così il personale che avrebbe contattato le forze dell’ordine.

La violenza sugli anziani: un’emergenza silenziosa

Un discorso a parte meritano gli abusi perpetrati ai danni delle persone anziane, spesso all’interno di contesti familiari o residenze protette. Rilevare queste forme di violenza è particolarmente complesso. La vittima può avere difficoltà a denunciare per vergogna, paura di ritorsioni o per un legame affettivo con l’abusante. Inoltre, i segni di maltrattamento fisico o psicologico possono essere erroneamente attribuiti a problemi di salute legati all’età, come demenza o confusione.

L’isolamento imposto dalla pandemia ha reso gli anziani ancora più vulnerabili, limitando i contatti con familiari, amici e personale sanitario che avrebbero potuto notare segnali di allarme. Per questo è fondamentale una maggiore vigilanza da parte della comunità e un potenziamento dei servizi di ascolto e controllo, per garantire che anche le persone più fragili ricevano la protezione di cui hanno diritto.

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Di admin