Le clausole clawback sono strumenti contrattuali che permettono a un’azienda di richiedere la restituzione di compensi variabili, come bonus e incentivi, già pagati a manager o dipendenti. Questo meccanismo si attiva quando i risultati che hanno giustificato tali premi si rivelano in seguito inesistenti, non sostenibili nel tempo o, nei casi più gravi, frutto di comportamenti scorretti o fraudolenti.

Nate nel mondo finanziario anglosassone, queste clausole si sono diffuse a livello globale come strumento di governance aziendale per allineare le retribuzioni dei vertici ai risultati effettivi e di lungo periodo, agendo come un correttivo ex-post per evitare premialità non meritate.

Come funzionano le clausole clawback

Il meccanismo di una clausola clawback si basa su un principio di condizionalità. La parte variabile della retribuzione, legata al raggiungimento di specifici obiettivi di performance, viene erogata, ma rimane soggetta a una possibile restituzione futura. L’obiettivo è creare un sistema di “malus” che bilanci i “bonus”, garantendo che i premi siano legati a un valore reale e duraturo per l’azienda.

Le condizioni che possono attivare una richiesta di restituzione includono tipicamente:

  • Correzione dei bilanci: Se i dati finanziari su cui si basava il calcolo del bonus vengono successivamente rettificati al ribasso.
  • Condotta dolosa o colposa: Qualora si scopra che il beneficiario ha tenuto comportamenti fraudolenti, negligenti o ha violato le policy aziendali per raggiungere artificialmente gli obiettivi.
  • Insostenibilità dei risultati: Se le performance che hanno generato il bonus si rivelano effimere o dannose per l’azienda nel medio-lungo termine.

La clausola deve specificare chiaramente l’ammontare da restituire (totale o parziale), il periodo di tempo in cui può essere esercitata e le procedure da seguire. La sua efficacia dipende dalla chiarezza con cui è formulata all’interno del contratto individuale di lavoro o nei piani di incentivazione aziendali.

Il contesto italiano: il ruolo nel settore bancario

In Italia, le clausole clawback hanno trovato ampia applicazione soprattutto nel settore bancario, in risposta alle crisi finanziarie e alla necessità di rafforzare la stabilità del sistema. La loro adozione è stata fortemente incoraggiata dalla Banca d’Italia, in linea con le direttive europee volte a regolare le politiche di remunerazione degli istituti di credito.

La circolare n. 285/2013 della Banca d’Italia ha rappresentato un punto di svolta, introducendo regole precise per scoraggiare l’assunzione di rischi eccessivi finalizzati a ottenere bonus elevati nel breve periodo. L’introduzione di meccanismi di correzione ex-post, come le clausole clawback, è stata vista come una misura essenziale per:

  • Allineare gli incentivi: Legare la remunerazione variabile alla performance corretta per il rischio e ai risultati di lungo periodo della banca.
  • Promuovere la sana e prudente gestione: Disincentivare comportamenti che potrebbero compromettere la solidità patrimoniale dell’istituto.
  • Tutelare gli stakeholder: Garantire che i compensi dei manager non siano sproporzionati rispetto al valore effettivamente creato per azionisti, clienti e per la stabilità finanziaria generale.

Queste disposizioni mirano a consolidare una cultura aziendale in cui la performance è valutata non solo sull’immediato, ma anche sulla sua sostenibilità e coerenza con gli obiettivi strategici a lungo termine.

Fondamento giuridico e implicazioni per i lavoratori

Dal punto di vista legale, la validità delle clausole clawback è riconosciuta, ma il loro fondamento giuridico è oggetto di dibattito. Le due principali interpretazioni le riconducono a due istituti del Codice Civile.

La prima, e più diffusa, è quella della ripetizione dell’indebito (art. 2033 c.c.). Secondo questa visione, se i presupposti per il pagamento del bonus vengono a mancare a posteriori (ad esempio, i risultati si rivelano falsi), il pagamento diventa “non dovuto”. L’azienda ha quindi il diritto di chiedere la restituzione di quanto versato. In questo caso, l’onere della prova spetta all’azienda, che deve dimostrare l’assenza della causa che giustificava il compenso.

Una seconda teoria inquadra il fenomeno nell’ambito dell’errore, un vizio della volontà contrattuale. L’azienda avrebbe pagato il bonus sulla base di una rappresentazione errata della realtà, riconoscibile dal dipendente. Questa interpretazione è considerata meno calzante, poiché la restituzione non dipende da una valutazione soggettiva, ma da dati oggettivi emersi successivamente.

Diritti e tutele per manager e dipendenti

Per un lavoratore, la presenza di una clausola clawback nel proprio contratto rappresenta un elemento di rischio finanziario significativo. È fondamentale essere consapevoli delle proprie tutele. Se un’azienda attiva la clausola, il dipendente può contestarne la legittimità se ritiene che non sussistano i presupposti.

Ecco alcuni aspetti pratici da considerare:

  1. Chiarezza contrattuale: La clausola deve essere formulata in modo chiaro e specifico, definendo senza ambiguità le condizioni che ne determinano l’attivazione. Clausole generiche o vessatorie possono essere contestate.
  2. Onere della prova: Spetta sempre all’azienda dimostrare in modo oggettivo che le condizioni per la restituzione si sono verificate. La richiesta non può essere arbitraria.
  3. Principio di buona fede: L’applicazione della clausola deve avvenire nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede contrattuale.
  4. Proporzionalità: La richiesta di restituzione deve essere proporzionata alla gravità del fatto contestato e al reale impatto negativo per l’azienda.

Dato che la materia è complessa e le somme in gioco possono essere elevate, è consigliabile analizzare attentamente il contratto di lavoro prima della firma e, in caso di richiesta di restituzione, rivolgersi a un consulente per valutare la legittimità della pretesa aziendale.

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Di admin