Il lavoro irregolare, comunemente definito “in nero”, non esclude automaticamente il diritto a ricevere l’assegno divorzile. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con una recente ordinanza, sottolineando come la valutazione debba tenere conto del contributo fornito dall’ex coniuge alla vita familiare e dei sacrifici professionali compiuti durante il matrimonio. La decisione si fonda su un principio ormai consolidato: l’assegno non ha solo una funzione di sostegno economico, ma anche di compensazione per le opportunità perse.
Il caso specifico: assegno confermato nonostante il lavoro irregolare
La vicenda esaminata dalla Corte riguardava una donna di oltre cinquant’anni che, dopo 33 anni di matrimonio e tre figli, si trovava a svolgere un lavoro precario e non regolarizzato come collaboratrice domestica. Durante la vita coniugale, in accordo con il marito, aveva abbandonato il suo impiego stabile come operaia per dedicarsi interamente alla cura della famiglia e della casa. Al momento del divorzio, l’ex marito percepiva una pensione di circa 1700 euro ed era proprietario di immobili, mentre la donna non possedeva beni immobiliari e poteva contare solo su entrate modeste e incerte. I giudici hanno ritenuto che, nonostante i guadagni derivanti dal lavoro in nero e alcuni risparmi, la sua condizione economica fosse notevolmente più debole e precaria, giustificando la conferma di un assegno divorzile di 270 euro mensili.
La funzione compensativa dell’assegno divorzile
La decisione della Cassazione si allinea ai principi stabiliti dalle Sezioni Unite nel 2018, che hanno rivoluzionato la concezione dell’assegno divorzile. Non si tratta più di garantire al coniuge più debole lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio, ma di assicurare un equilibrio basato su una duplice funzione: assistenziale e perequativo-compensativa. Quest’ultima è fondamentale per riconoscere e ripagare il coniuge che ha sacrificato le proprie aspirazioni professionali e reddituali per il bene della famiglia. La scelta di dedicarsi al lavoro domestico e alla crescita dei figli, se condivisa, viene considerata un contributo essenziale alla formazione del patrimonio comune e al successo professionale dell’altro coniuge.
Criteri di valutazione dei giudici
Per stabilire se l’assegno è dovuto e per calcolarne l’importo, i tribunali analizzano diversi fattori, andando oltre la semplice disparità di reddito. Gli elementi chiave presi in considerazione includono:
- La durata del matrimonio: un legame lungo, come nel caso analizzato, rafforza il valore del contributo familiare.
- L’età e le condizioni di salute del richiedente: una persona più anziana ha minori possibilità di reinserirsi efficacemente nel mercato del lavoro.
- Il contributo personale alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio: si valuta l’impegno profuso nella cura della casa, dei figli e nel supporto alla carriera del partner.
- Le scelte condivise: la decisione di rinunciare a un lavoro per dedicarsi alla famiglia, se presa di comune accordo, assume un peso determinante.
- La sproporzione economica: si analizza il divario complessivo tra le situazioni patrimoniali e reddituali dei due ex coniugi al momento del divorzio.
Diritti e tutele per il coniuge economicamente debole
Questa interpretazione della legge offre una tutela concreta a chi, all’interno del matrimonio, ha assunto un ruolo non retribuito ma fondamentale per il benessere familiare. Il lavoro irregolare, pur essendo una fonte di reddito, non cancella il diritto a un sostegno se tale reddito è insufficiente a garantire un’esistenza dignitosa e un’adeguata autosufficienza economica. I giudici, infatti, non si limitano a una fotografia del presente, ma ricostruiscono la storia economica della coppia, valutando le cause che hanno portato alla disparità attuale. Le spese personali dell’ex coniuge obbligato al versamento, come nel caso in esame quelle per un impianto fotovoltaico o un sistema di allarme, vengono considerate scelte volontarie e non possono essere usate per giustificare una riduzione dell’assegno.
È fondamentale comprendere che il contributo alla vita familiare ha un valore economico riconosciuto dalla legge. Pertanto, chi si trova in una situazione di debolezza economica dopo un lungo matrimonio ha il diritto di veder valutato il proprio percorso e i sacrifici compiuti, anche se attualmente percepisce un reddito da un’attività non formalizzata.
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