La determinazione dell’assegno di divorzio è spesso fonte di conflitto tra gli ex coniugi. Una recente pronuncia della Corte di Cassazione ha chiarito un aspetto fondamentale relativo all’onere della prova: spetta al coniuge che intende negare o ridurre l’assegno dimostrare che l’ex partner ha una possibilità effettiva e concreta di trovare un’occupazione adeguata alle proprie capacità e competenze. Non è sufficiente, quindi, una mera supposizione o un’ipotesi astratta.
Il principio stabilito dalla Corte di Cassazione
Con l’ordinanza n. 22758/2022, la Corte di Cassazione ha ribadito un principio cruciale in materia di diritto di famiglia. L’assegno divorzile, che ha una funzione assistenziale, perequativa e compensativa, non può essere negato sulla base di una generica affermazione secondo cui il coniuge beneficiario “potrebbe lavorare”. La valutazione del giudice deve fondarsi su elementi concreti e non su astratte possibilità.
Il coniuge che richiede la revoca o la negazione dell’assegno deve fornire la prova che l’ex partner ha un’opportunità reale di impiego, tenendo conto di diversi fattori, tra cui:
- Età e condizioni di salute: l’età anagrafica e lo stato di salute del beneficiario sono determinanti per valutare la sua effettiva collocabilità nel mercato del lavoro.
- Formazione e competenze: le esperienze lavorative passate e le qualifiche professionali devono essere attuali e spendibili nel contesto lavorativo di riferimento.
- Contesto del mercato del lavoro: la situazione occupazionale del territorio di residenza incide direttamente sulle reali opportunità di impiego.
- Impegno nella cura dei figli: la dedizione alla famiglia durante il matrimonio può aver comportato un allontanamento dal mondo del lavoro, rendendo più complesso il reinserimento.
In assenza di una prova rigorosa su questi punti, l’ipotetica capacità lavorativa dell’ex coniuge non è un motivo sufficiente per escludere il suo diritto a ricevere l’assegno.
L’onere della prova a carico del coniuge obbligato
Il punto centrale della questione risiede nell’inversione dell’onere della prova. Non è il coniuge economicamente più debole a dover dimostrare di non essere in grado di mantenersi autonomamente, ma è il coniuge obbligato al versamento a dover provare che l’ex partner ha la concreta possibilità di farlo. Questo significa che chi si oppone al versamento dell’assegno deve attivarsi per raccogliere e presentare prove tangibili.
La semplice inattività dell’ex coniuge nella ricerca di un lavoro non è, di per sé, una prova sufficiente. È necessario dimostrare che questa inattività è frutto di una scelta volontaria e ingiustificata di fronte a opportunità lavorative reali e adeguate al suo profilo. Ad esempio, il coniuge onerato potrebbe dover provare che l’ex partner ha rifiutato senza valido motivo specifiche offerte di lavoro o non ha partecipato a percorsi di formazione e riqualificazione professionale proposti.
Cosa cambia per i consumatori e i coniugi separati
Questa interpretazione della legge rafforza la tutela del coniuge economicamente più vulnerabile, spesso quello che durante il matrimonio ha sacrificato le proprie aspirazioni professionali per dedicarsi alla cura della famiglia e della casa. Per chi richiede l’assegno, significa avere una maggiore protezione contro contestazioni generiche e non supportate da prove concrete.
Per il coniuge che è tenuto a versare l’assegno, invece, diventa fondamentale costruire una difesa basata su elementi fattuali e documentati. Non basta più appellarsi a principi generali o a supposizioni sulla capacità lavorativa dell’ex. È necessario un approccio più rigoroso, che potrebbe richiedere l’ausilio di consulenti per analizzare il mercato del lavoro locale e le reali prospettive occupazionali dell’ex partner.
In conclusione, la decisione di negare l’assegno di divorzio deve essere supportata da una dimostrazione solida e circostanziata. La giustizia richiede prove concrete che l’indipendenza economica del beneficiario sia un traguardo realisticamente raggiungibile, e non solo una possibilità teorica.
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