L’obbligo dei genitori di mantenere i figli non dura per sempre, soprattutto quando questi diventano maggiorenni e completano il loro percorso di studi. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha ribadito questo principio, negando il diritto all’assegno di mantenimento a una figlia adulta che aveva già avviato la sua carriera professionale come avvocato. Questa decisione chiarisce i confini del dovere di supporto economico e sottolinea il principio di auto-responsabilità dei figli adulti.

Il caso della figlia avvocato: la decisione della Cassazione

La vicenda, decisa con la sentenza n. 11472/2021, riguarda una figlia maggiorenne, laureata in giurisprudenza e abilitata alla professione forense, che richiedeva al padre il versamento di un assegno di mantenimento. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta, confermando la decisione della Corte d’Appello. I giudici hanno ritenuto che la donna avesse già raggiunto una propria autonomia economica, basandosi su elementi concreti.

Nello specifico, è stato dimostrato che la figlia:

  • Era titolare di una ditta individuale.
  • Aveva uno studio legale in locazione, segno di un’attività professionale avviata.
  • Possedeva due automobili di buon livello, un’Audi A2 e una Mercedes Classe A.

Questi fattori, nel loro insieme, sono stati considerati prove sufficienti a dimostrare che la donna non solo aveva le capacità per mantenersi, ma stava già esercitando attivamente la sua professione. Di conseguenza, è venuto meno il presupposto per il diritto al mantenimento a carico del genitore.

Quando cessa l’obbligo di mantenimento per i figli maggiorenni

La legge stabilisce che i genitori hanno l’obbligo di mantenere i figli anche dopo la maggiore età, ma solo fino a quando questi non siano in grado di provvedere a sé stessi. L’obbligo non è legato al semplice compimento dei 18 anni, ma al raggiungimento dell’indipendenza economica. Tuttavia, questo diritto non può essere esercitato a tempo indeterminato.

L’indipendenza economica non significa necessariamente avere un contratto a tempo indeterminato o un reddito elevato. Si considera raggiunta quando il figlio percepisce un reddito adeguato al suo percorso formativo e alle condizioni del mercato del lavoro, che gli consenta di condurre una vita autonoma e dignitosa. L’avvio di un’attività professionale, come nel caso della figlia avvocato, è un chiaro indicatore del raggiungimento di tale autonomia.

Il principio di auto-responsabilità e l’inerzia colpevole

Un concetto fondamentale applicato dai tribunali è quello dell’inerzia colpevole. Il figlio maggiorenne non può pretendere di essere mantenuto a vita se non si impegna attivamente nella ricerca di un’occupazione. Il diritto al mantenimento cessa se il mancato raggiungimento dell’indipendenza economica dipende da un comportamento passivo o negligente del figlio stesso.

La giurisprudenza ha più volte chiarito questo aspetto:

  • Un figlio laureato e abilitato a una professione deve dimostrare di essersi attivato per trovare lavoro.
  • Non è giustificabile attendere indefinitamente il “lavoro perfetto” o in linea con le massime aspirazioni, ma è necessario accettare le opportunità offerte dal mercato, anche se inizialmente precarie o meno qualificanti.
  • L’età avanzata del figlio (ad esempio, oltre i 30-35 anni) è un fattore che gioca a sfavore della richiesta di mantenimento, poiché si presume che a quell’età una persona debba essere già autonoma.

I giudici, quindi, valutano caso per caso se il figlio stia facendo tutto il possibile per rendersi indipendente o se, al contrario, stia approfittando della disponibilità economica dei genitori.

Cosa possono fare i consumatori: tutele per genitori e figli

Questa situazione ha implicazioni pratiche sia per i genitori che per i figli maggiorenni. È importante conoscere i propri diritti e doveri per evitare contenziosi.

Per i genitori

Un genitore che versa un assegno di mantenimento a un figlio maggiorenne può chiederne la revoca se ritiene che il figlio abbia raggiunto l’indipendenza economica o sia in una condizione di inerzia colpevole. Per farlo, è necessario presentare un ricorso al tribunale, fornendo le prove a sostegno della propria richiesta. Le prove possono includere contratti di lavoro, visure camerali che attestino l’avvio di un’attività, o anche elementi che dimostrino uno stile di vita non compatibile con la mancanza di reddito.

Per i figli maggiorenni

I figli maggiorenni non economicamente autosufficienti hanno diritto al supporto dei genitori, ma devono essere consapevoli che si tratta di un diritto temporaneo e condizionato al loro impegno. È fondamentale conservare la documentazione che attesti la ricerca attiva di un lavoro (invio di curriculum, iscrizione a centri per l’impiego, partecipazione a concorsi) per poter dimostrare, in caso di controversia, di non essere in una condizione di inerzia colpevole.

In conclusione, le sentenze come quella analizzata rafforzano un messaggio chiaro: il mantenimento è un aiuto per avviare i figli alla vita adulta, non una rendita vitalizia. La responsabilità personale e l’impegno attivo sono elementi chiave che determinano la durata di questo diritto.

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Di admin