Il fenomeno della violenza contro gli operatori sanitari e socio-sanitari continua a rappresentare una grave criticità per il sistema sanitario nazionale. Secondo la relazione annuale dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza, pubblicata dal Ministero della Salute, nel corso del 2025 sono stati registrati quasi 18.000 episodi di aggressione. Questi eventi hanno coinvolto oltre 23.000 professionisti, evidenziando come un singolo atto di violenza possa avere ripercussioni su più persone contemporaneamente.
I dati, diffusi in occasione della Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari, mostrano una sostanziale stabilità nel numero di segnalazioni rispetto all’anno precedente, ma un preoccupante aumento del numero totale di operatori coinvolti. Questa situazione non solo mette a rischio l’incolumità di chi lavora per la nostra salute, ma compromette anche la qualità e la sicurezza delle cure erogate ai cittadini.
Analisi del fenomeno: chi aggredisce e chi subisce
Il rapporto del Ministero della Salute delinea un quadro dettagliato delle aggressioni. Nella maggior parte dei casi, gli aggressori sono i pazienti stessi, seguiti da familiari o caregiver. Questo dato suggerisce che le tensioni nascono spesso nel contesto diretto della relazione di cura, in momenti di particolare stress emotivo o frustrazione.
Le aggressioni verbali, come minacce e insulti, rappresentano la forma di violenza più comune, costituendo circa il 69% dei casi segnalati. Seguono le aggressioni fisiche, che rappresentano il 25% del totale, e gli atti di violenza contro la proprietà (6%). Le donne sono le vittime più frequenti, con percentuali che superano il 60% nella maggior parte delle regioni italiane, confermando una vulnerabilità di genere in questo specifico contesto lavorativo.
Tra le figure professionali più colpite troviamo:
- Infermieri: con il 55% delle segnalazioni, sono la categoria più esposta.
- Medici: coinvolti nel 16% degli episodi di violenza.
- Operatori Socio-Sanitari (OSS): rappresentano l’11% delle vittime.
- Altro personale: il restante 12% include figure come personale non sanitario, addetti al front office, vigilanti e soccorritori.
Gli episodi si concentrano prevalentemente in ambito ospedaliero. Le aree a più alto rischio sono i Pronto Soccorso, i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) e i reparti di degenza, luoghi caratterizzati da alta intensità di cura, emergenze e forte carico emotivo.
Le nuove misure per la prevenzione e la sicurezza
Per contrastare questo fenomeno, il Ministero della Salute ha aggiornato la Raccomandazione ministeriale n. 8, introducendo nuove linee guida per la prevenzione degli atti di violenza. L’obiettivo è rafforzare la sicurezza nei luoghi di cura e promuovere una cultura della tolleranza zero verso ogni forma di aggressione. Il campo di applicazione delle misure è stato esteso a tutto il personale che opera nelle strutture sanitarie, includendo anche chi lavora nei servizi di supporto come il front office e i Centri Unici di Prenotazione (CUP).
Le nuove direttive si concentrano su diversi fronti. In primo luogo, si punta a migliorare la cultura della segnalazione, incoraggiando gli operatori a denunciare ogni episodio. In secondo luogo, si prevede un’analisi approfondita dei contesti lavorativi per identificare i fattori di rischio e implementare misure preventive mirate. Tra le azioni concrete raccomandate vi sono l’installazione di sistemi di sicurezza come pulsanti antipanico, allarmi portatili e impianti di videosorveglianza attivi 24 ore su 24, nel pieno rispetto della privacy. Nei casi più critici, si valuta anche l’uso di body-cam per il personale più esposto.
Cosa cambia per operatori e cittadini
La tutela degli operatori sanitari è un presupposto fondamentale per garantire cure sicure ed efficaci a tutti i cittadini. Un ambiente di lavoro protetto permette al personale di operare con maggiore serenità e concentrazione, a diretto vantaggio dei pazienti. Le istituzioni hanno ribadito la ferma condanna verso questi atti, inasprendo le pene per gli aggressori e introducendo la possibilità dell’arresto in flagranza differita.
Le nuove raccomandazioni ministeriali non si limitano agli aspetti di sicurezza passiva, ma includono anche interventi per ridurre i fattori di stress per gli utenti. Tra questi, la creazione di spazi di accoglienza più confortevoli, l’adozione di sistemi informativi per comunicare eventuali ritardi o situazioni di sovraffollamento e l’installazione di una chiara segnaletica che ricordi che la violenza contro un operatore sanitario è un reato. Viene inoltre sottolineata l’importanza di fornire supporto psicologico ai dipendenti vittime di aggressione e di organizzare percorsi formativi per migliorare la gestione dei conflitti.
La sicurezza nelle strutture sanitarie è una responsabilità condivisa. Richiede l’impegno delle istituzioni nel fornire strumenti normativi e risorse, delle aziende sanitarie nell’implementare le misure di prevenzione e dei cittadini nel mantenere un comportamento rispettoso verso chi si prende cura della loro salute.
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