Un presunto caso di malasanità avvenuto all’ospedale Vito Fazzi di Lecce è al centro di un’indagine della Procura, avviata in seguito a un esposto. La vicenda riguarda una donna di 69 anni che, dopo una lunga attesa al Pronto Soccorso, ha subito un aneurisma cerebrale e si trova ora ricoverata in coma vegetativo presso una struttura privata.

La ricostruzione della vicenda

Secondo quanto riportato dai familiari della paziente, tutto sarebbe iniziato con forti mal di testa accusati dalla donna mentre si trovava a casa di una delle figlie. A seguito dei sintomi, è stato richiesto l’intervento del 118. Gli operatori sanitari, giunti sul posto, avrebbero effettuato i controlli di routine per poi lasciare l’abitazione senza disporre ulteriori accertamenti ospedalieri.

Poiché le condizioni della donna non miglioravano, i familiari l’hanno accompagnata per due volte al Pronto Soccorso dell’ospedale Fazzi. Durante la prima visita, sarebbe stata dimessa con la prescrizione di una terapia considerata blanda. Al secondo accesso, la situazione è precipitata: la paziente avrebbe atteso per oltre sei ore prima di essere visitata. Durante questa lunga attesa, ha avuto un attacco di vomito, un segnale di un possibile aggravamento. L’epilogo è stato un intervento chirurgico d’urgenza eseguito nella notte, al termine del quale la donna è entrata in coma.

I punti critici e l’avvio dell’indagine

L’esposto presentato alla Procura di Lecce mira a fare piena luce sulla catena di eventi e a verificare se tutte le procedure sanitarie siano state eseguite correttamente. Nel fascicolo d’indagine risultano coinvolti otto operatori sanitari del Pronto Soccorso, tra medici e altro personale. L’obiettivo è accertare se un’assistenza più tempestiva e accurata avrebbe potuto evitare le gravi conseguenze subite dalla paziente.

Gli aspetti da chiarire sono molteplici e riguardano l’intera gestione del caso. Le principali criticità emerse dalla ricostruzione dei fatti includono:

  • La valutazione iniziale effettuata dal personale del 118 e la decisione di non procedere con il ricovero.
  • La diagnosi formulata durante la prima visita al Pronto Soccorso, che ha portato alle dimissioni della paziente.
  • La gestione dell’attesa di oltre sei ore durante il secondo accesso, un tempo considerato inaccettabile in una situazione di emergenza.
  • La tempestività complessiva dell’assistenza fornita, dal primo sintomo all’intervento chirurgico.

Diritti del paziente e tutele in caso di malasanità

Quando si sospetta un caso di malasanità, è fondamentale che i pazienti e i loro familiari conoscano i propri diritti e gli strumenti a disposizione per ottenere giustizia. Un errore medico può derivare da una diagnosi sbagliata o tardiva, da un trattamento inadeguato o da carenze organizzative della struttura sanitaria.

In situazioni simili, i cittadini possono intraprendere diverse azioni per tutelarsi. Il primo passo consiste nel richiedere una copia completa della cartella clinica, un documento essenziale per ricostruire l’intero percorso diagnostico e terapeutico. Successivamente, è consigliabile sottoporre tutta la documentazione a un medico legale, un professionista in grado di valutare se vi sia stato un nesso causale tra la condotta dei sanitari e il danno subito dal paziente.

Se emergono elementi che supportano l’ipotesi di un errore, è possibile presentare un esposto o una querela alle autorità competenti, come la Procura della Repubblica, per avviare un’indagine penale. Parallelamente, si può intraprendere un’azione civile per richiedere il risarcimento dei danni subiti.

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Di admin