L’utilizzo del Green Pass di un’altra persona per accedere al luogo di lavoro costituisce una violazione talmente grave da giustificare il licenziamento. Lo ha stabilito il Tribunale di Napoli con una sentenza del 25 maggio 2022, respingendo il ricorso di un dipendente che aveva tentato di eludere i controlli sanitari presentando un certificato non suo. La decisione sottolinea un principio fondamentale del diritto del lavoro: la compromissione irreparabile del rapporto di fiducia tra lavoratore e datore di lavoro.
La vicenda e la decisione del Tribunale
Il caso esaminato riguarda un addetto mensa, assunto con contratto a tempo indeterminato, che, non essendo vaccinato, aveva fino a quel momento utilizzato l’esito negativo di tamponi periodici per poter lavorare. Un giorno, consapevole che il suo ultimo tampone era scaduto, ha tentato di entrare in azienda esibendo all’addetto alla vigilanza il Green Pass di un’altra persona, che riportava il suo stesso nome ma un cognome diverso.
L’operatore di sicurezza ha immediatamente notato la discrepanza. Di fronte alla contestazione, il lavoratore si è allontanato senza fornire spiegazioni. La società datrice di lavoro, informata dell’accaduto, ha avviato un procedimento disciplinare che si è concluso con il licenziamento per giusta causa. Il lavoratore ha impugnato il provvedimento, ma il Tribunale ha dato ragione all’azienda, confermando la legittimità della sanzione espulsiva.
La rottura del rapporto di fiducia come giusta causa di licenziamento
Il fulcro della sentenza non risiede tanto nella violazione della normativa sanitaria, all’epoca in vigore, quanto nella lesione del vincolo fiduciario. Questo elemento è un pilastro di qualsiasi rapporto di lavoro subordinato e non riguarda solo la corretta esecuzione delle mansioni, ma anche l’obbligo di lealtà, correttezza e buona fede.
Secondo i giudici, il comportamento del dipendente è stato caratterizzato da:
- Intenzionalità e premeditazione: il lavoratore ha agito consapevolmente, procurando e utilizzando un documento altrui per ingannare il datore di lavoro e aggirare le regole.
- Violazione delle norme di sicurezza: la condotta ha violato le disposizioni aziendali e nazionali volte a tutelare la salute e la sicurezza nell’ambiente di lavoro.
- Grave scorrettezza: l’atto di presentare un certificato falso ha minato alla base la credibilità e l’affidabilità del dipendente.
Il Tribunale ha ritenuto che un singolo episodio di questa gravità fosse sufficiente a compromettere in modo definitivo e irreversibile la fiducia che il datore di lavoro deve poter riporre nei propri collaboratori. Di conseguenza, la prosecuzione del rapporto di lavoro, anche solo per il periodo di preavviso, non era più possibile.
Diritti individuali e tutela della salute pubblica
Nel suo ricorso, il lavoratore aveva sostenuto che le misure di emergenza legate alla pandemia avessero compresso in modo eccessivo i diritti fondamentali. Il Tribunale ha respinto questa argomentazione, chiarendo che la necessità di salvaguardare la salute pubblica rappresentava un interesse prevalente, in grado di giustificare le limitazioni imposte.
La sentenza ha ribadito che l’ipotetica compressione dei diritti non può mai giustificare un comportamento fraudolento e illegale. La tutela della collettività e della sicurezza sul luogo di lavoro prevale sulla posizione del singolo, specialmente quando quest’ultimo agisce con l’intento di ingannare e violare le normative vigenti.
Cosa insegna questo caso ai lavoratori
Sebbene l’obbligo del Green Pass sia stato superato, i principi affermati da questa sentenza restano pienamente validi. Ogni lavoratore ha il dovere di rispettare le normative aziendali e legali, in particolare quelle relative alla sicurezza. Tentare di aggirare le regole con l’inganno è una condotta che può portare a conseguenze disciplinari molto serie, inclusa la perdita del posto di lavoro.
La lealtà e la correttezza non sono elementi accessori, ma requisiti essenziali del contratto di lavoro. Qualsiasi azione che mini deliberatamente la fiducia del datore di lavoro espone il dipendente al rischio di un licenziamento per giusta causa, la sanzione più grave prevista dall’ordinamento.
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