L’uso sistematico di sanzioni disciplinari infondate, con l’obiettivo di umiliare e screditare un dipendente, non è una semplice controversia lavorativa, ma può configurare un vero e proprio caso di mobbing. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con una recente ordinanza (n. 22381/2022), che ha rafforzato le tutele per i lavoratori vittime di condotte persecutorie sul posto di lavoro, anche quando queste si mascherano dietro atti formalmente legittimi.
Quando le sanzioni disciplinari diventano mobbing
Il mobbing è un insieme di comportamenti vessatori, ripetuti e prolungati nel tempo, messi in atto dal datore di lavoro o dai colleghi per danneggiare un lavoratore. Non si tratta di un singolo episodio, ma di una strategia mirata a isolare la vittima, minarne l’autostima e lederne la dignità professionale e personale. La sentenza della Cassazione chiarisce che anche l’irrogazione di provvedimenti disciplinari, uno strumento di per sé legale, può diventare un elemento di una più ampia condotta mobbizzante.
Affinché ciò avvenga, devono essere presenti alcune condizioni specifiche:
- Reiterazione dei provvedimenti: Non si tratta di una singola sanzione, ma di una serie di contestazioni e provvedimenti disciplinari.
- Pretestuosità delle motivazioni: Le sanzioni devono essere basate su motivi futili, infondati o palesemente ingiustificati.
- Intento persecutorio: L’obiettivo reale non è correggere un comportamento del dipendente, ma colpirlo, umiliarlo e screditarlo professionalmente.
- Danno alla vittima: La condotta deve causare un danno dimostrabile alla salute psicofisica, alla carriera o alla dignità del lavoratore.
Nel caso esaminato dalla Corte, un’insegnante era stata oggetto di numerosi atti persecutori da parte del dirigente scolastico, culminati in sospensioni e trasferimenti privi di una valida motivazione. I giudici hanno riconosciuto che tali azioni, nel loro complesso, avevano l’unico scopo di ledere il prestigio della docente, configurando così il mobbing.
Le conseguenze per il lavoratore e il diritto al risarcimento
Subire mobbing sul posto di lavoro ha effetti devastanti. La vittima può sviluppare disturbi psicofisici come ansia, depressione, attacchi di panico e altre patologie legate allo stress cronico. Oltre al danno alla salute, si aggiunge quello professionale, legato alla perdita di autorevolezza, al demansionamento o alla compromissione delle opportunità di carriera.
Quando il mobbing viene accertato in sede legale, il lavoratore ha diritto a ottenere il risarcimento per tutti i danni subiti. Questi possono includere:
- Danno biologico: Il danno all’integrità psicofisica, accertato tramite perizia medico-legale.
- Danno morale: La sofferenza interiore e il turbamento emotivo patiti a causa delle vessazioni.
- Danno esistenziale e professionale: Il peggioramento della qualità della vita e il pregiudizio alla carriera e all’immagine professionale.
La sentenza della Cassazione è importante perché ribadisce che il giudice deve valutare la condotta del datore di lavoro nel suo insieme, andando oltre la legittimità formale dei singoli atti per individuare l’eventuale disegno persecutorio che li unisce.
Cosa fare se si è vittima di mobbing
Riconoscere di essere vittima di mobbing è il primo passo per difendersi. È fondamentale agire con metodo per raccogliere le prove necessarie a dimostrare la condotta persecutoria. Un lavoratore che si ritiene vittima di mobbing attraverso sanzioni pretestuose dovrebbe:
- Documentare ogni episodio: Tenere un diario dettagliato di ogni contestazione, sanzione o comportamento ostile, annotando date, orari, persone presenti e una descrizione precisa dei fatti.
- Conservare le prove scritte: Raccogliere tutte le comunicazioni scritte, come lettere di contestazione, email, messaggi e provvedimenti disciplinari.
- Impugnare le sanzioni: Contestare formalmente ogni sanzione disciplinare ritenuta ingiusta, rispettando i termini di legge. Questo dimostra la propria opposizione alla condotta del datore di lavoro.
- Cercare supporto medico: In caso di malessere psicofisico, è cruciale rivolgersi al proprio medico o a uno specialista per certificare lo stato di salute e, se possibile, il nesso causale con l’ambiente di lavoro.
- Richiedere assistenza specializzata: Consultare un avvocato esperto in diritto del lavoro o un’associazione di tutela dei consumatori e dei lavoratori è essenziale per valutare la situazione e decidere come procedere.
Agire tempestivamente e in modo strutturato è la chiave per far valere i propri diritti e ottenere il giusto risarcimento per i danni subiti.
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