Il reato di atti persecutori, comunemente noto come stalking, non si configura solo attraverso azioni dirette contro la vittima. La Corte di Cassazione ha consolidato un principio fondamentale: le condotte persecutorie sono penalmente rilevanti anche quando vengono attuate “per interposta persona”, ovvero colpendo individui legati affettivamente o socialmente alla vittima designata, con la consapevolezza che quest’ultima ne verrà a conoscenza.
Cos’è lo stalking per interposta persona
Lo stalking per interposta persona si verifica quando il persecutore, invece di contattare direttamente la vittima, rivolge le sue attenzioni moleste o minacciose a familiari, amici, colleghi o al nuovo partner della persona che intende perseguitare. L’obiettivo rimane lo stesso: generare uno stato di ansia, paura e costringere la vittima a modificare le proprie abitudini di vita. La legge, infatti, non si concentra tanto sul mezzo utilizzato, quanto sull’effetto che la condotta complessiva produce sulla persona offesa.
L’elemento cruciale è l’intenzionalità dell’agente. Il persecutore agisce sapendo che le sue azioni, sebbene rivolte a terzi, avranno una ricaduta psicologica diretta sulla vittima. La giurisprudenza considera queste molestie “indirette” come parte integrante di un unico disegno criminoso, volto a isolare, controllare e tormentare la persona offesa.
Il principio confermato dalla giurisprudenza
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 26456 del 2022, ha ribadito che ai fini della configurabilità del reato di cui all’articolo 612-bis del Codice Penale, l’analisi deve concentrarsi sull’impatto complessivo delle azioni sulla vittima. Non è necessario che ogni singolo atto sia rivolto direttamente a lei. Ciò che conta è la reiterazione dei comportamenti e la loro idoneità a provocare uno degli eventi previsti dalla norma:
- Un grave e perdurante stato di ansia o di paura.
- Un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto.
- La costrizione ad alterare le proprie abitudini di vita.
Pertanto, anche le comunicazioni minatorie inviate a un amico, i pedinamenti del nuovo partner o le pressioni sui familiari rientrano a pieno titolo nella condotta persecutoria, poiché contribuiscono a creare quel clima di terrore e instabilità che la legge intende punire.
Cosa fare in caso di stalking indiretto
Riconoscere e affrontare lo stalking per interposta persona è fondamentale per tutelare i propri diritti. Le vittime non devono sottovalutare questi comportamenti, considerandoli meno gravi solo perché non diretti. È essenziale agire tempestivamente per interrompere l’escalation delle molestie.
Ecco alcuni passi concreti da seguire:
- Raccogliere le prove: È cruciale documentare ogni singolo episodio. Conservare screenshot di messaggi, registrazioni di chiamate, email e qualsiasi altra comunicazione inviata dal persecutore a persone a voi vicine. Chiedete a chi riceve queste molestie di salvare tutto e di non cancellare nulla.
- Coinvolgere i testimoni: Le persone utilizzate dal persecutore come tramite sono testimoni chiave. È importante che siano informate sulla gravità della situazione e che siano disposte a riportare i fatti alle autorità competenti.
- Non minimizzare: Lo stalking indiretto è una forma di violenza psicologica a tutti gli effetti. Non bisogna cadere nella trappola di pensare che “non sta facendo nulla a me direttamente”. L’impatto sulla vostra serenità e sicurezza è reale e riconosciuto dalla legge.
- Chiedere aiuto: Rivolgersi alle forze dell’ordine per presentare una querela è il passo formale per attivare la tutela legale. È altrettanto importante cercare supporto presso centri antiviolenza o associazioni di consumatori specializzate, che possono offrire assistenza legale e psicologica.
La legge offre strumenti di protezione, come l’ammonimento del Questore e le misure cautelari, che possono essere attivati anche in questi casi. L’importante è non rimanere in silenzio e agire per far valere i propri diritti.
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