La visita fiscale è uno strumento fondamentale per verificare l’effettivo stato di malattia di un lavoratore, sia nel settore pubblico che in quello privato. Recenti sentenze della Corte di Cassazione hanno fornito chiarimenti cruciali su diversi aspetti legati a questo controllo, definendo con precisione i doveri del dipendente e le conseguenze in caso di irreperibilità. Comprendere queste regole è essenziale per evitare sanzioni e gestire correttamente il periodo di assenza per malattia.

L’obbligo di reperibilità: un dovere di diligenza

Quando un lavoratore è in malattia, ha l’obbligo di rimanere reperibile presso l’indirizzo comunicato al datore di lavoro durante le fasce orarie previste per la visita fiscale. La Cassazione ha sottolineato che questo non è un semplice obbligo di presenza, ma un vero e proprio dovere di diligenza. Ciò significa che il lavoratore deve adottare tutte le misure necessarie per consentire al medico di effettuare il controllo.

Qualsiasi comportamento, anche non intenzionale, che impedisca la visita può essere considerato una violazione. Ad esempio, non essere rintracciabile a causa di un citofono non funzionante, un nome non presente sul campanello o la comunicazione di un indirizzo errato può essere imputato al lavoratore. La responsabilità di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per essere reperibile ricade interamente sul dipendente.

Assenza alla visita fiscale: quali sono le conseguenze?

Se il lavoratore risulta assente alla visita di controllo senza un motivo valido, scattano sanzioni di natura economica. È importante notare che, secondo la Cassazione, questa non è una sanzione disciplinare, ma una conseguenza automatica prevista dalla legge. L’assenza ingiustificata comporta la perdita totale del trattamento economico per i primi dieci giorni di malattia e una riduzione del 50% per il periodo successivo.

La sanzione si applica per il semplice fatto oggettivo dell’assenza, indipendentemente dall’intenzione del lavoratore. Non è necessario dimostrare il dolo o la volontà di eludere il controllo; è sufficiente che la visita non sia potuta avvenire per una negligenza o una condotta non giustificabile del dipendente.

Quando un’assenza è considerata giustificata?

L’assenza durante le fasce di reperibilità può essere considerata giustificata solo in presenza di un motivo valido e dimostrabile. La Corte di Cassazione ha specificato che non basta un qualsiasi impegno o una ragione di convenienza. Il “giustificato motivo” deve corrispondere a una situazione improvvisa, cogente e indifferibile che renda necessaria la presenza del lavoratore altrove.

Rientrano in questa categoria, ad esempio:

  • Visite mediche specialistiche urgenti che non potevano essere programmate in orari diversi.
  • Necessità di recarsi in farmacia per acquistare farmaci indispensabili e urgenti.
  • Altre situazioni di forza maggiore che devono essere documentate adeguatamente.

In ogni caso, è fondamentale che il lavoratore comunichi preventivamente al proprio datore di lavoro la necessità di allontanarsi, se le circostanze lo consentono.

I poteri di controllo del datore di lavoro

La legge (articolo 5 dello Statuto dei Lavoratori) vieta al datore di lavoro di effettuare accertamenti diretti sullo stato di salute del dipendente. Le visite fiscali possono essere eseguite solo dai medici incaricati dall’INPS. Tuttavia, questo non impedisce al datore di lavoro di svolgere indagini per verificare la sussistenza della malattia.

La Cassazione ha confermato che il datore di lavoro può incaricare agenzie investigative per raccogliere prove su comportamenti del lavoratore che siano palesemente incompatibili con lo stato di malattia dichiarato. Ad esempio, se un dipendente in malattia per una grave lombalgia viene visto svolgere attività fisiche pesanti, il datore di lavoro può usare queste prove per contestare l’assenza e procedere anche al licenziamento per giusta causa.

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Di admin