Durante le fasi più acute dell’emergenza sanitaria legata al Coronavirus, si è aperto un intenso dibattito sulla possibilità di introdurre una forma di immunità legale per il personale sanitario. La proposta, discussa nell’ambito del decreto “Cura Italia” del 2020, mirava a proteggere medici, infermieri e altri operatori da possibili azioni legali, sia civili che penali, per le decisioni e le azioni intraprese in un contesto di eccezionale difficoltà.

Perché si è parlato di uno ‘scudo penale’

L’idea di uno scudo legale per il personale sanitario nasceva da una situazione senza precedenti. Gli operatori si sono trovati a lavorare in condizioni di estrema pressione, con risorse limitate, protocolli in continua evoluzione e un numero di pazienti che superava la capacità delle strutture. In questo scenario, il rischio di contenziosi legali futuri rappresentava un’ulteriore fonte di stress che avrebbe potuto condizionare la serenità e l’efficacia del loro operato.

Le proposte iniziali miravano a introdurre una protezione ampia, che potesse coprire diverse tipologie di responsabilità:

  • Responsabilità penale: per reati come l’omicidio colposo o le lesioni personali colpose.
  • Responsabilità civile: per le richieste di risarcimento danni da parte dei pazienti o dei loro familiari.
  • Responsabilità amministrativa ed erariale: per i dirigenti e gli amministratori delle strutture sanitarie.

L’obiettivo era consentire al personale di agire con la massima rapidità ed efficacia, senza il timore di essere perseguiti per scelte difficili, spesso compiute in assenza di alternative.

Le critiche e i rischi per i diritti dei pazienti

Nonostante le buone intenzioni, le proposte di immunità totale hanno sollevato fin da subito forti perplessità. Diversi esperti legali, associazioni di cittadini e persino alcuni ordini professionali, come l’Ordine dei Medici di Roma, hanno espresso preoccupazione. Il timore principale era che un’esenzione totale dalla responsabilità potesse compromettere il diritto alla salute e alla giustizia dei cittadini.

Le principali critiche si concentravano su questi punti:

  • Diritto alla tutela: Un’immunità generalizzata avrebbe potuto negare ai pazienti e ai loro familiari la possibilità di ottenere giustizia e risarcimento in caso di errori evidenti e gravi.
  • Principio di uguaglianza: Creare una categoria di professionisti esente da responsabilità avrebbe potuto violare il principio costituzionale secondo cui tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge.
  • Qualità delle cure: L’assenza di qualsiasi forma di controllo o responsabilità avrebbe potuto, in alcuni casi, ridurre l’attenzione e la diligenza, andando a discapito della qualità stessa del servizio sanitario.

La soluzione finale: responsabilità limitata alla colpa grave

Il legislatore ha cercato un punto di equilibrio tra la necessità di proteggere il personale sanitario e quella di garantire i diritti dei pazienti. La soluzione adottata non è stata un’immunità totale, ma una limitazione della responsabilità penale ai soli casi di colpa grave.

Con successivi interventi normativi, è stato stabilito che la responsabilità penale per omicidio colposo e lesioni personali colpose, verificatisi durante lo stato di emergenza Covid-19, è esclusa se gli operatori sanitari hanno rispettato le raccomandazioni e le buone pratiche clinico-assistenziali adeguate al contesto. La punibilità, quindi, scatta solo in presenza di colpa grave.

Cosa significa ‘colpa grave’ per il cittadino?

La colpa grave non è un errore qualsiasi, ma una negligenza macroscopica, un’imprudenza o un’imperizia che risulta inescusabile anche tenendo conto della situazione di eccezionale difficoltà. Si tratta di una condotta che si discosta in modo evidente e significativo dagli standard di professionalità richiesti. Per un paziente o un familiare, questo significa che per ottenere giustizia è necessario dimostrare che il danno subito non è stato causato da un errore comprensibile nel caos dell’emergenza, ma da una violazione palese e grave dei doveri professionali.

Cosa possono fare i consumatori

La normativa introdotta non ha cancellato i diritti dei pazienti, ma ha reso più complesso l’accertamento delle responsabilità. I cittadini che ritengono di aver subito un danno a causa di un errore medico durante la pandemia possono ancora agire per vie legali. Tuttavia, è fondamentale essere consapevoli che la soglia per dimostrare la colpa del sanitario è stata innalzata. Sarà necessario provare che l’operatore ha agito con colpa grave, un compito che richiede un’analisi tecnica e legale molto approfondita del caso specifico.

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Di admin