L’emergenza sanitaria legata al Coronavirus ha visto l’emanazione di numerosi provvedimenti per contenere la diffusione del contagio. Uno dei più significativi è stato il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) del 22 marzo 2020, che introdusse una drastica stretta sulle attività produttive e sulla mobilità dei cittadini. Questo articolo ne ripercorre i punti salienti per comprendere l’impatto di quelle decisioni sulla vita quotidiana degli italiani in una fase critica della pandemia.
Il contesto dell’emergenza nel marzo 2020
Nel marzo 2020, l’Italia stava affrontando il picco della prima ondata pandemica. Con il sistema sanitario sotto enorme pressione, il Governo decise di implementare misure di contenimento sempre più severe per limitare i contatti sociali e rallentare la corsa del virus. Il DPCM del 22 marzo rappresentò il culmine di questa strategia, introducendo quello che venne definito un “lockdown” quasi totale delle attività produttive non essenziali, con l’obiettivo di ridurre al minimo indispensabile gli spostamenti delle persone.
Attività sospese e servizi essenziali garantiti
Il cuore del decreto era la sospensione di tutte le attività produttive industriali e commerciali non ritenute strategiche per il Paese. Tuttavia, per garantire il funzionamento della società e l’approvvigionamento dei beni di prima necessità, il provvedimento stilò un elenco dettagliato dei settori che potevano continuare a operare. La logica era quella di mantenere attive solo le filiere indispensabili.
Cosa rimaneva aperto
Tra le attività considerate essenziali e quindi autorizzate a proseguire, figuravano settori cruciali per la vita dei cittadini. Ecco alcuni dei principali ambiti che rimasero operativi:
- Filiera alimentare: Dalla produzione agricola alla trasformazione industriale, fino alla distribuzione nei supermercati e negozi di alimentari.
- Settore sanitario e farmaceutico: Includeva la produzione e la vendita di farmaci, dispositivi medici e tutti i servizi sanitari.
- Servizi di pubblica utilità: Come la fornitura di energia, acqua, gas e la gestione dei rifiuti.
- Servizi bancari, finanziari e assicurativi: Sebbene con operatività ridotta e un forte incentivo all’uso dei canali digitali.
- Trasporti e logistica: Essenziali per garantire il movimento delle merci necessarie.
- Informazione: Edicole e servizi di stampa rimasero aperti per assicurare il diritto all’informazione.
- Studi professionali: Le attività di avvocati, commercialisti e altri professionisti furono consentite, sebbene con l’indicazione di privilegiare il lavoro a distanza.
Restavano invece chiusi tutti i luoghi di aggregazione come scuole, università, musei, cinema e teatri, la cui attività era già stata sospesa da decreti precedenti.
Le rigide limitazioni agli spostamenti dei cittadini
Oltre alla chiusura delle attività, il decreto del 22 marzo 2020 introdusse un’ulteriore, severa restrizione alla mobilità personale. Venne stabilito il divieto assoluto per tutte le persone fisiche di trasferirsi o spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, in un comune diverso da quello in cui si trovavano. Questa misura mirava a isolare i focolai e a impedire la diffusione del contagio tra diverse aree del Paese.
Le eccezioni consentite
Gli spostamenti al di fuori del proprio comune erano permessi solo per tre specifiche e inderogabili ragioni, da comprovare tramite un modulo di autocertificazione in caso di controlli da parte delle forze dell’ordine:
- Comprovate esigenze lavorative: Relative alle sole attività rimaste aperte.
- Situazioni di assoluta urgenza: Per motivi non specificati ma che dovevano essere oggettivamente gravi e non differibili.
- Motivi di salute: Come visite mediche urgenti o l’acquisto di farmaci.
Queste regole cambiarono profondamente le abitudini degli italiani, limitando la vita sociale e costringendo la maggior parte della popolazione a rimanere in casa, uscendo solo per necessità primarie come fare la spesa o per recarsi al lavoro nei settori essenziali.
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