Il Decreto Legge n. 18/2020, noto come “Cura Italia”, ha rappresentato una delle prime risposte normative all’emergenza economica scatenata dalla pandemia di COVID-19 nel marzo 2020. Il provvedimento ha introdotto una serie di misure a sostegno di lavoratori, famiglie e imprese, ma ha generato un acceso dibattito riguardo alla copertura offerta ai liberi professionisti. Molti di loro, specialmente quelli iscritti a ordini professionali con casse di previdenza autonome, si sono trovati esclusi da alcuni dei principali sostegni diretti, potendo accedere solo a benefici specifici e spesso subordinati a condizioni molto restrittive.

Indennità da 600 euro: chi era escluso

Una delle misure più discusse del decreto era l’indennità una tantum di 600 euro per il mese di marzo 2020. Questo bonus era destinato a diverse categorie di lavoratori autonomi per compensare le perdite dovute alle restrizioni. Tuttavia, la platea dei beneficiari era definita in modo preciso, escludendo una parte significativa del mondo professionale.

Potevano accedere all’indennità:

  • Liberi professionisti con partita IVA attiva al 23 febbraio 2020 e iscritti alla Gestione Separata dell’INPS.
  • Collaboratori coordinati e continuativi (co.co.co.) iscritti alla Gestione Separata.
  • Lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali dell’Ago (artigiani, commercianti, coltivatori diretti).
  • Lavoratori stagionali dei settori del turismo e degli stabilimenti termali.
  • Lavoratori del settore spettacolo e agricoli.

Il decreto escludeva esplicitamente i professionisti iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie, ovvero le casse private di categoria. Avvocati (Cassa Forense), commercialisti (CNPADC), ingegneri e architetti (Inarcassa), giornalisti (INPGI) e altre professioni ordinistiche non potevano quindi richiedere il bonus. Per loro, era stato istituito un “Fondo per il reddito di ultima istanza”, ma le modalità di accesso e i criteri di erogazione erano ancora da definire tramite successivi decreti ministeriali, lasciando questi lavoratori in una condizione di incertezza.

Misure fiscali e accesso al credito

Il Decreto Cura Italia ha previsto anche interventi di natura fiscale e finanziaria per alleggerire la pressione sui professionisti. Anche in questo caso, l’accesso era spesso vincolato a requisiti specifici che ne limitavano l’applicazione generalizzata.

Sospensione dei mutui prima casa

I lavoratori autonomi e i liberi professionisti hanno avuto la possibilità di richiedere la sospensione delle rate del mutuo per l’acquisto della prima casa per un periodo fino a 9 mesi, attraverso l’accesso al Fondo Gasparrini. La condizione per ottenere il beneficio era però molto stringente: bisognava autocertificare un calo del fatturato superiore al 33% in un trimestre successivo al 21 febbraio 2020 rispetto all’ultimo trimestre del 2019. Un requisito difficile da dimostrare in tempi brevi per molte attività professionali, il cui fatturato non è sempre lineare.

Sospensione di versamenti e ritenute

Più ampia è stata la platea per la sospensione dei termini di versamento di tasse e contributi. I professionisti hanno potuto beneficiare del rinvio dei pagamenti in scadenza tra l’8 marzo e il 31 maggio 2020, con la possibilità di rateizzare l’importo dovuto. Per quanto riguarda le ritenute d’acconto, la sospensione era limitata ai professionisti con ricavi o compensi non superiori a 400.000 euro nel periodo d’imposta precedente e che non avessero sostenuto spese per lavoro dipendente nel mese precedente. Questa misura riguardava solo i compensi percepiti tra il 17 e il 31 marzo 2020.

Sostegni per la famiglia: congedo e bonus baby-sitting

Il decreto ha introdotto anche misure per i genitori lavoratori con figli minori, per far fronte alla chiusura delle scuole. Il congedo parentale straordinario di 15 giorni, retribuito al 50%, era previsto per i lavoratori dipendenti del settore privato e per gli autonomi iscritti all’INPS. Ancora una volta, i professionisti iscritti alle proprie casse previdenziali non erano direttamente inclusi tra i beneficiari di questa misura nella sua forma principale.

In alternativa al congedo, era possibile richiedere un bonus per servizi di baby-sitting fino a 600 euro. Il decreto apriva alla possibilità di estendere questo bonus anche ai professionisti iscritti alle casse private, ma demandava all’INPS la definizione delle procedure operative, creando un’attesa ulteriore per l’effettiva fruibilità del beneficio.

Cosa potevano fare i professionisti

Per i liberi professionisti, il quadro normativo del Decreto Cura Italia si è rivelato complesso e frammentato. Le principali azioni a loro disposizione consistevano nel verificare attentamente i requisiti per ogni singola misura. La priorità era comprendere se si rientrava nelle categorie beneficiarie delle sospensioni fiscali e contributive, che rappresentavano l’aiuto più concreto e accessibile. Per la sospensione del mutuo, era fondamentale analizzare il proprio andamento di fatturato per capire se si rispettava il rigido criterio del calo del 33%. Per gli aiuti diretti, la distinzione fondamentale era l’ente previdenziale di appartenenza: l’iscrizione all’INPS garantiva un accesso più immediato ad alcune tutele, mentre per gli iscritti alle casse private la strada era più incerta e legata a fondi specifici di futura attuazione.

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Di admin