L’assegno di divorzio per il coniuge economicamente più debole, in particolare per chi ha dedicato la propria vita alla cura della famiglia rinunciando a una carriera, non è un semplice sostegno al reddito. Una sentenza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale: l’assegno deve avere anche una funzione compensativa, riconoscendo il contributo dato alla formazione del patrimonio familiare e al successo professionale dell’ex partner. Questo approccio mira a riequilibrare le posizioni economiche dopo lo scioglimento del matrimonio, valorizzando i sacrifici e le scelte condivise durante la vita coniugale.

Il superamento del criterio del tenore di vita

Per molti anni, il principale parametro per calcolare l’assegno di divorzio è stato il “tenore di vita” goduto durante il matrimonio. L’obiettivo era garantire al coniuge più debole la possibilità di mantenere uno stile di vita simile a quello precedente. Tuttavia, la giurisprudenza ha progressivamente abbandonato questo criterio, ritenendolo non più adeguato a rappresentare le diverse realtà familiari e potenzialmente fonte di rendite ingiustificate.

La svolta decisiva ha spostato l’attenzione dall’idea di “conservazione” dello status economico a quella di “autosufficienza” e “compensazione”. L’assegno non serve più a replicare il passato, ma a garantire al coniuge richiedente la dignità e l’indipendenza economica, tenendo conto del suo ruolo e del suo apporto concreto alla vita familiare.

La funzione compensativa e perequativa dell’assegno

Il nuovo orientamento della Cassazione attribuisce all’assegno di divorzio una triplice natura: assistenziale, perequativa e compensativa. Se la funzione assistenziale interviene quando un coniuge non ha mezzi adeguati per mantenersi, quelle perequativa e compensativa sono le più innovative.

  • Funzione perequativa: mira a riequilibrare la disparità economica tra i coniugi creatasi a seguito del divorzio, soprattutto quando questa è il risultato di decisioni comuni prese durante il matrimonio, come la scelta che uno dei due si dedichi alla famiglia.
  • Funzione compensativa: riconosce e “compensa” economicamente il coniuge che ha sacrificato le proprie aspirazioni professionali per favorire la carriera dell’altro e il benessere della famiglia. Il lavoro domestico e la cura dei figli vengono così valorizzati come un contributo essenziale alla formazione del patrimonio comune e personale dell’altro coniuge.

In questo quadro, il giudice non si limita a verificare se il richiedente sia in grado di lavorare, ma valuta il contesto complessivo, inclusa l’età, la durata del matrimonio e le opportunità professionali perse.

I criteri per la determinazione dell’importo

Per stabilire se l’assegno è dovuto e per calcolarne l’importo, il giudice deve effettuare una valutazione complessa basata su diversi fattori. Non esiste una formula matematica, ma un’analisi comparativa delle condizioni dei due ex coniugi. I principali elementi presi in considerazione sono:

  1. Durata del matrimonio: un matrimonio lungo implica un maggior radicamento delle scelte di vita condivise e un maggior peso dei sacrifici fatti.
  2. Età del coniuge richiedente: l’età avanzata può rappresentare un ostacolo oggettivo al reinserimento nel mondo del lavoro.
  3. Contributo alla vita familiare: si valuta l’apporto dato sia in termini di lavoro domestico e cura dei figli, sia di supporto alla carriera dell’altro partner.
  4. Sacrifici professionali: vengono considerate le rinunce a opportunità di carriera o formazione fatte dal coniuge richiedente nell’interesse della famiglia.
  5. Condizioni economiche delle parti: si analizzano i redditi, i patrimoni e le capacità lavorative di entrambi i coniugi al momento del divorzio.
  6. Mancanza di mezzi adeguati: si accerta l’impossibilità oggettiva del richiedente di procurarsi autonomamente i mezzi per un’esistenza dignitosa.

Cosa significa per le famiglie

Questa evoluzione della giurisprudenza ha un impatto diretto sulla tutela dei diritti del coniuge economicamente più debole. Chi ha scelto, in accordo con il partner, di dedicarsi alla famiglia e alla casa, rinunciando a un percorso lavorativo autonomo, vede riconosciuto il valore economico e sociale del proprio ruolo.

L’assegno di divorzio non è più visto come una forma di elemosina, ma come il giusto riconoscimento di un contributo che ha permesso all’intera famiglia, e in particolare all’altro coniuge, di prosperare. Questo principio offre una maggiore tutela a chi, al termine di un lungo matrimonio, si ritrova senza un reddito proprio e con scarse possibilità di costruirsi un futuro economico autonomo a causa delle scelte passate. È un passo avanti verso una maggiore equità nella gestione delle conseguenze economiche della fine di un matrimonio.

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Di admin