La Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale la norma che impone un requisito di residenza di almeno cinque anni per poter accedere agli alloggi di edilizia residenziale pubblica. Con la sentenza n. 44 del 2020, la Consulta ha stabilito che tale condizione viola il principio di uguaglianza, creando una discriminazione ingiustificata a danno di cittadini, italiani e stranieri, che si trovano in stato di bisogno abitativo.

La decisione della Corte Costituzionale

La questione di legittimità costituzionale è stata sollevata in riferimento a una legge della Regione Lombardia (n. 16 del 2016), che prevedeva tra i requisiti per l’accesso ai servizi abitativi pubblici la residenza anagrafica o lo svolgimento di attività lavorativa nel territorio regionale da almeno cinque anni. La Corte ha ritenuto che questo criterio fosse irragionevole e non collegato alla reale finalità dell’edilizia popolare, che è quella di rispondere a un bisogno primario della persona: il diritto all’abitazione.

Secondo i giudici, il diritto a un alloggio rientra tra i diritti inviolabili della persona e rappresenta un bene di primaria importanza. L’edilizia residenziale pubblica è uno strumento fondamentale per garantire questo diritto ai soggetti economicamente più deboli, assicurando l’uguaglianza sostanziale prevista dall’articolo 3 della Costituzione.

Perché il requisito è stato dichiarato incostituzionale

Il requisito della residenza prolungata è stato giudicato illegittimo per diverse ragioni fondamentali. In primo luogo, viola il principio di ragionevolezza, poiché non esiste una correlazione diretta tra la durata della residenza in un luogo e l’effettivo stato di bisogno di una persona o di una famiglia. Un individuo che si è trasferito da poco potrebbe trovarsi in una condizione di difficoltà economica e abitativa molto più grave di chi risiede nello stesso luogo da più tempo.

In secondo luogo, la norma crea una discriminazione indiretta. Penalizza ingiustamente coloro che, per motivi di lavoro o personali, hanno esercitato il loro diritto alla libera circolazione sul territorio nazionale. Di fatto, esclude dall’accesso a un servizio sociale essenziale persone che si trovano in una condizione di vulnerabilità solo perché si sono trasferite di recente. La Corte ha sottolineato che il radicamento territoriale non può prevalere sullo stato di bisogno primario della persona.

Cosa cambia per chi richiede un alloggio popolare

La sentenza della Corte Costituzionale ha conseguenze pratiche importanti per tutti i cittadini che necessitano di un alloggio pubblico. Sebbene la decisione si riferisca a una specifica legge regionale, stabilisce un principio di carattere generale valido su tutto il territorio nazionale.

Le principali implicazioni per i consumatori sono:

  • Ampliamento della platea dei beneficiari: Anche chi risiede in una regione da meno di cinque anni può presentare domanda per un alloggio popolare, a condizione di possedere gli altri requisiti previsti dalla legge.
  • Prevalenza dello stato di bisogno: Le graduatorie per l’assegnazione delle case popolari devono basarsi sulla reale condizione di difficoltà economica e sociale dei richiedenti, non su criteri arbitrari come la durata della residenza.
  • Tutela della mobilità: La sentenza protegge il diritto dei cittadini di spostarsi per lavoro o per altre esigenze, senza che questo comporti una penalizzazione nell’accesso ai servizi essenziali.
  • Validità del principio a livello nazionale: Nessuna regione o comune può introdurre requisiti di residenza prolungata come condizione preliminare per escludere i cittadini dalla possibilità di richiedere un alloggio pubblico.

In conclusione, questa importante decisione riafferma che la funzione sociale dell’edilizia residenziale pubblica è quella di sostenere chi è in difficoltà, garantendo che l’accesso a un diritto fondamentale come l’abitazione sia equo e basato su reali necessità, non su barriere territoriali ingiustificate.

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Di admin