Quando un intervento medico non produce i risultati sperati o, peggio, causa un peggioramento delle condizioni di salute, sorge una domanda fondamentale: chi deve provare cosa in un’eventuale causa per risarcimento danni? Una sentenza della Corte di Cassazione (n. 5128/2020) ha ribadito un principio cruciale a tutela del paziente, stabilendo che l’onere di dimostrare l’assenza di colpa ricade in gran parte sul medico o sulla struttura sanitaria.

L’onere della prova nella responsabilità medica

Il rapporto che si instaura tra un paziente e un medico o una struttura sanitaria è di natura contrattuale. Questo significa che il sanitario si impegna a eseguire una prestazione secondo le regole dell’arte medica (ars medica) e con la dovuta diligenza. Se la prestazione non viene eseguita correttamente, si parla di inadempimento contrattuale.

Secondo l’orientamento consolidato della giurisprudenza, la ripartizione dell’onere della prova in questi casi segue regole precise:

  • Il paziente danneggiato: deve dimostrare l’esistenza del rapporto terapeutico (il contratto o il “contatto sociale” con il medico/struttura), il danno subito (un peggioramento della sua patologia o l’insorgenza di una nuova) e il nesso di causalità, ovvero che il danno è una conseguenza diretta dell’intervento o dell’omissione del sanitario.
  • Il medico o la struttura sanitaria: una volta che il paziente ha provato questi elementi, spetta a loro dimostrare che l’inadempimento non c’è stato (cioè che la prestazione è stata eseguita in modo diligente) oppure che il danno è stato causato da un evento imprevedibile e inevitabile. In alternativa, devono provare che, pur essendoci stato un errore, questo non ha avuto un ruolo causale nel determinare il danno lamentato dal paziente.

In sostanza, non è il paziente a dover provare la colpa del medico, ma è il medico a dover provare la sua assenza di colpa.

Il caso esaminato dalla Cassazione: un intervento odontoiatrico inutile

La sentenza della Cassazione ha avuto origine dal caso di una paziente che si era rivolta a un centro odontoiatrico per risolvere alcuni problemi. Dopo un ciclo di cure, non solo la sua situazione non era migliorata, ma era addirittura peggiorata. Una consulenza tecnica d’ufficio (CTU) aveva accertato che gli interventi di implantologia eseguiti erano stati inutili e condotti in modo negligente.

Nonostante ciò, la Corte d’Appello aveva respinto la richiesta di risarcimento, sostenendo che la paziente non avesse provato a sufficienza la condotta colpevole del medico e il nesso causale. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione, riaffermando il corretto riparto dell’onere probatorio. Una volta dimostrata la negligenza complessiva nell’esecuzione della prestazione sanitaria, sarebbe stato onere del medico provare che le sue cure, sebbene inutili e negligenti, non avevano avuto alcun impatto negativo sulla salute della paziente rispetto alla sua condizione iniziale. Questo si basa anche sul “principio di vicinanza della prova”, secondo cui l’onere di fornire una prova deve ricadere sulla parte che ha più facilità a procurarsela.

Cosa fare in caso di presunta malasanità

Un paziente che ritiene di aver subito un danno a causa di un errore medico deve agire in modo strutturato per tutelare i propri diritti. L’allegazione di un inadempimento deve essere “qualificata”, cioè deve riguardare un errore astrattamente idoneo a produrre il danno specifico che si è verificato. Ecco alcuni passi fondamentali da seguire:

  1. Raccogliere tutta la documentazione: È essenziale ottenere una copia completa della cartella clinica, degli esami, delle radiografie e di ogni altro documento relativo al trattamento ricevuto.
  2. Ottenere un secondo parere medico: Consultare un altro specialista può aiutare a capire se la procedura seguita era corretta e se le conseguenze subite erano evitabili.
  3. Richiedere una perizia medico-legale: Un medico-legale può analizzare la documentazione e valutare se sussistono profili di responsabilità professionale e se esiste un nesso di causalità tra la condotta del sanitario e il danno alla salute.
  4. Valutare l’azione legale: Con una perizia medico-legale favorevole, è possibile procedere con la richiesta di risarcimento danni, prima in via stragiudiziale e, se necessario, in tribunale.

Il principio stabilito dalla Cassazione offre una tutela importante, ma è comunque fondamentale costruire una solida base probatoria per dimostrare il danno e il suo collegamento con la prestazione sanitaria ricevuta.

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Di admin