Una recente sentenza del Tribunale e della Corte di Appello di Bologna ha generato forte preoccupazione tra le associazioni dei consumatori, rappresentando un potenziale ostacolo nella lotta contro il greenwashing. La decisione ha respinto un ricorso contro due società accusate di utilizzare comunicazioni commerciali ingannevoli riguardo alle loro credenziali ambientali, creando un precedente che potrebbe indebolire la protezione dei cittadini da affermazioni ecologiche non verificate.

Il caso di Bologna e le sue implicazioni

Al centro della controversia legale vi era l’utilizzo, ritenuto ingannevole e suggestivo, del termine “certificazione” nelle comunicazioni commerciali di due aziende. Secondo l’azione legale, tale uso avveniva senza fornire spiegazioni adeguate o prove concrete a supporto, inducendo i consumatori a percepire un valore ambientale superiore a quello reale. Tuttavia, sia il Tribunale in primo grado sia la Corte di Appello hanno stabilito che tale pratica fosse ammissibile.

Questa interpretazione è stata definita un segnale negativo per la trasparenza del mercato. La critica principale mossa alla sentenza è di aver adottato un approccio che favorisce gli interessi delle imprese a scapito del diritto dei consumatori a un’informazione chiara, corretta e verificabile. Un verdetto di questo tipo rischia di legittimare comunicazioni vaghe, rendendo più difficile per i cittadini distinguere tra un impegno ambientale autentico e una mera strategia di marketing.

Cos’è il greenwashing e come riconoscerlo

Il termine greenwashing si riferisce alla pratica con cui un’azienda o un’organizzazione cerca di costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale. Si tratta di una “lavata di verde” che sfrutta la crescente sensibilità ecologica dei consumatori per orientarne le scelte d’acquisto, spesso senza un reale fondamento.

Per i consumatori, riconoscere il greenwashing è essenziale per compiere scelte consapevoli. Ecco alcuni segnali comuni a cui prestare attenzione:

  • Affermazioni vaghe e generiche: termini come “ecologico”, “verde”, “amico della natura” o “sostenibile” utilizzati senza alcuna specifica o certificazione a supporto.
  • Immagini suggestive: l’uso di colori verdi, paesaggi naturali e immagini di piante o animali per associare un prodotto a un’idea di purezza ambientale, anche quando il legame è inesistente.
  • Enfasi su un singolo aspetto positivo: la comunicazione si concentra su un unico attributo “green” del prodotto, tralasciando impatti ambientali ben più significativi in altre fasi del suo ciclo di vita.
  • Certificazioni inesistenti o auto-prodotte: la presenza di marchi o loghi che assomigliano a certificazioni ecologiche ufficiali ma che in realtà sono stati creati dall’azienda stessa senza alcuna verifica da parte di enti terzi indipendenti.
  • Irrilevanza: la promozione di una caratteristica ambientale vera ma del tutto irrilevante o addirittura obbligatoria per legge, presentandola come un vantaggio distintivo.

La Direttiva UE sui Green Claims e i diritti dei consumatori

La decisione del tribunale bolognese appare in controtendenza rispetto all’orientamento dell’Unione Europea, che sta rafforzando la normativa per contrastare le dichiarazioni ambientali ingannevoli. La recente Direttiva (UE) 2024/825, nota come direttiva “Green Claims”, mira proprio a rendere le etichette più chiare e affidabili, vietando l’uso di affermazioni ecologiche generiche se non supportate da prove eccellenti e riconosciute.

Questa normativa europea stabilisce che le aziende dovranno comprovare le proprie dichiarazioni ambientali attraverso metodologie standardizzate e verificabili. L’obiettivo è chiaro: proteggere i consumatori dal greenwashing e promuovere un mercato in cui la sostenibilità sia un valore reale e non solo uno slogan pubblicitario. Un quadro giuridico più stringente a livello europeo dovrebbe garantire che i diritti dei consumatori a un’informazione trasparente siano tutelati in modo uniforme in tutti gli Stati membri.

Come tutelarsi dalle false dichiarazioni ambientali

Di fronte a un mercato saturo di messaggi “verdi”, i consumatori possono adottare un approccio più critico e informato. È fondamentale non fermarsi agli slogan, ma cercare informazioni concrete. Verificare la presenza di certificazioni ambientali rilasciate da enti terzi, indipendenti e riconosciuti è un primo passo importante. Inoltre, è utile diffidare delle promesse assolute e approfondire le politiche di sostenibilità complessive di un’azienda, anziché basarsi su una singola affermazione.

Quando si sospetta un caso di greenwashing, è un diritto del consumatore chiedere chiarimenti e, se necessario, segnalare la pratica alle autorità competenti. La vigilanza attiva da parte dei cittadini è uno strumento fondamentale per spingere le imprese verso una maggiore responsabilità e trasparenza.

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Di admin