La presenza di microplastiche nell’ambiente è un problema noto, ma una ricerca condotta da ENEA e CNR ha fatto luce su uno dei meccanismi specifici attraverso cui questi contaminanti entrano nella nostra catena alimentare. Lo studio dimostra come frammenti di plastica passino dall’acqua dolce agli organismi viventi, causando danni biologici concreti e sollevando interrogativi sulla sicurezza del cibo che arriva sulle nostre tavole.
Il viaggio delle microplastiche dall’acqua al piatto
La ricerca ha ricostruito in laboratorio un percorso di contaminazione chiaro e preoccupante. Utilizzando microparticelle di polietilene (PE), una delle plastiche più comuni, di dimensioni inferiori al diametro di un capello, gli scienziati hanno osservato un trasferimento diretto all’interno di un ecosistema d’acqua dolce simulato.
Il processo si è svolto in più fasi:
- Contaminazione dell’acqua: Le microplastiche sono state introdotte nell’acqua in cui vivevano delle piante acquatiche galleggianti, note come lenticchie d’acqua (Spirodela polyrhiza).
- Trasferimento alle piante: In sole 24 ore, le radici delle piante hanno accumulato una quantità significativa di particelle di plastica, agendo come veri e propri collettori di contaminanti.
- Ingestione da parte di organismi animali: Successivamente, le piante contaminate sono state usate come cibo per piccoli crostacei d’acqua dolce (Echinogammarus veneris), simili a gamberetti, che costituiscono l’alimento base per pesci come le trote.
- Ingresso nella catena alimentare: I crostacei, cibandosi delle radici, hanno ingerito in media otto particelle di microplastica ciascuno. Questo passaggio dimostra come le microplastiche entrino attivamente nella catena trofica.
Un ulteriore aspetto emerso è che i crostacei, dopo aver ingerito le particelle, le sminuzzano e le espellono attraverso gli escrementi. Questi frammenti, ancora più piccoli, possono rientrare nel ciclo alimentare in una forma potenzialmente più insidiosa e biodisponibile per altri organismi.
Danni al DNA: le microplastiche non sono inerti
Uno dei risultati più allarmanti dello studio riguarda l’impatto biologico diretto delle microplastiche. Contrariamente a quanto si pensava in passato, queste particelle non sono semplici materiali inerti che attraversano gli organismi senza interagire con essi. La ricerca ha dimostrato che sono in grado di indurre genotossicità, ovvero un danno diretto al materiale genetico.
Dopo appena 24 ore di esposizione, gli esemplari di crostacei che avevano ingerito le microplastiche presentavano un livello di frammentazione del DNA significativamente superiore rispetto al gruppo di controllo non esposto. Questo danno genetico può avere conseguenze a lungo termine non solo per la salute dei singoli organismi, ma anche per la stabilità di intere popolazioni, comunità ed ecosistemi.
Cosa significa per la salute e la sicurezza dei consumatori
Sebbene lo studio si sia concentrato su un ecosistema d’acqua dolce, le sue implicazioni sono molto più ampie e toccano direttamente i consumatori. I crostacei analizzati sono una fonte di cibo per i pesci, che a loro volta possono finire nei nostri piatti. Le microplastiche tendono ad accumularsi nei tessuti degli animali, inclusi i muscoli, che sono la parte che comunemente mangiamo.
Questo fenomeno evidenzia un rischio concreto per la sicurezza alimentare. La contaminazione da microplastiche non è un problema relegato ad ambienti lontani, ma una minaccia che si insinua silenziosamente nel cibo che consumiamo. La loro diffusione è ormai globale e riguarda ogni matrice ambientale: acqua, suolo, aria e persino i ghiacci artici. La consapevolezza di questo percorso di contaminazione è il primo passo per comprendere la necessità di ridurre l’inquinamento da plastica alla fonte, proteggendo così gli ecosistemi e la nostra salute.
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