Le dinamiche lavorative possono generare situazioni di forte stress e disagio per i dipendenti. Due termini spesso utilizzati per descrivere queste condizioni sono mobbing e straining. Sebbene collegati, non sono sinonimi. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha ribadito la distinzione fondamentale tra le due fattispecie, sottolineando un requisito comune per ottenere il risarcimento del danno: l’illegittimità della condotta del datore di lavoro.

Cos’è il Mobbing e Quando si Configura

Il mobbing è una forma di persecuzione psicologica sistematica e prolungata sul posto di lavoro. Non si tratta di un singolo episodio di conflitto, ma di un insieme di comportamenti ostili, ripetuti nel tempo, con l’obiettivo di isolare, emarginare o espellere un lavoratore. Per poter parlare di mobbing, la giurisprudenza richiede la presenza di diversi elementi:

  • Continuità delle vessazioni: le azioni ostili devono essere numerose e protratte per un periodo di tempo significativo (solitamente mesi).
  • Intento persecutorio: deve essere riconoscibile un disegno finalizzato a danneggiare il dipendente.
  • Danno alla salute: il lavoratore deve subire un danno psicofisico, professionale o alla sua dignità.
  • Molteplicità di comportamenti: gli atti vessatori possono includere demansionamento, critiche continue e ingiustificate, isolamento, diffusione di calunnie o esclusione da iniziative aziendali.

Senza la continuità e la sistematicità delle azioni, non è possibile configurare il mobbing in senso stretto.

Lo Straining: lo Stress Forzato Senza Continuità

Lo straining è considerato una forma attenuata di mobbing. Si verifica quando un lavoratore subisce una situazione di stress forzato e prolungato, causata da una o più azioni ostili del datore di lavoro che, pur non essendo continue e ripetute come nel mobbing, hanno effetti negativi duraturi sulla sua condizione lavorativa. L’elemento distintivo è proprio l’assenza della continuità delle vessazioni.

Un singolo atto grave e illegittimo, come un demansionamento ingiustificato che pone il dipendente in una condizione di isolamento e inattività forzata, può essere sufficiente a configurare lo straining. La condotta del datore di lavoro deve comunque essere stressogena e violare l’obbligo di tutela delle condizioni di lavoro sancito dall’articolo 2087 del Codice Civile.

Il Requisito Fondamentale: l’Illegittimità della Condotta Aziendale

La sentenza della Cassazione (n. 32020/2022) ha chiarito un punto cruciale: per avere diritto a un risarcimento, sia per mobbing che per straining, il lavoratore deve dimostrare che la condotta del datore di lavoro è stata illegittima. Nel caso specifico, una dipendente comunale aveva lamentato un demansionamento, ma è emerso che tale decisione era stata presa per legittime esigenze di riorganizzazione interna dell’ente.

Questo significa che non ogni situazione di stress o disagio sul lavoro è risarcibile. Se le decisioni aziendali, come un cambio di mansioni o una riorganizzazione, sono motivate da ragioni organizzative e produttive reali e non hanno carattere persecutorio o discriminatorio, non costituiscono un illecito. Lo stress che ne può derivare non è sufficiente a fondare una richiesta di risarcimento.

Diritti e Tutele: Come Provare il Danno

Il lavoratore che si ritiene vittima di mobbing o straining ha l’onere di provare i fatti. È fondamentale raccogliere prove concrete per dimostrare non solo il danno subito, ma soprattutto l’illegittimità delle azioni del datore di lavoro. Ecco alcuni passi utili:

Cosa fare in pratica:

  1. Documentare ogni episodio: tenere un diario dettagliato degli eventi, annotando date, orari, persone presenti e descrizione dei comportamenti subiti.
  2. Conservare le prove scritte: salvare email, messaggi, ordini di servizio o qualsiasi comunicazione che possa dimostrare la condotta vessatoria o il demansionamento.
  3. Cercare testimoni: individuare colleghi che possano confermare i fatti, sebbene questo possa essere difficile a causa del clima di paura che spesso si crea.
  4. Ottenere certificati medici: in caso di danni alla salute (ansia, depressione, insonnia), è essenziale rivolgersi al proprio medico o a uno specialista per ottenere certificazioni che colleghino i disturbi all’ambiente di lavoro.

Senza prove solide che attestino la natura illegittima e persecutoria delle azioni subite, una richiesta di risarcimento ha scarse probabilità di essere accolta, come dimostra il caso analizzato dalla Cassazione.

In conclusione, la distinzione tra mobbing e straining aiuta a inquadrare giuridicamente le diverse forme di disagio lavorativo. Tuttavia, il vero ago della bilancia per la tutela del lavoratore resta la capacità di dimostrare che le azioni subite non sono il frutto di legittime scelte organizzative, ma di una condotta illecita e dannosa.

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Di admin