Il Consiglio Nazionale Forense (CNF) ha confermato la sanzione della censura nei confronti di un avvocato che, simulando una grave difficoltà economica, aveva indotto due persone a consegnargli una notevole somma di denaro. I fondi, ottenuti con l’inganno e la promessa di una restituzione mai avvenuta, sono stati utilizzati dal professionista per l’acquisto di un’automobile di lusso. La vicenda, definita dalla sentenza n. 113/2022 del CNF, rappresenta un caso emblematico di violazione dei doveri di probità, dignità e decoro che ogni legale è tenuto a osservare.

La dinamica dell’inganno: fiducia e false promesse

La condotta dell’avvocato è stata pianificata per fare leva sulla fiducia delle vittime. Secondo quanto ricostruito, il legale si è avvicinato a due testimoni di Geova mostrando un finto interesse per la loro religione, frequentando i loro incontri e leggendo la Bibbia insieme a loro. Una volta creato un legame di confidenza, ha iniziato a lamentare una situazione economica disperata, arrivando a piangere per rendere più credibile il suo racconto. Con questi artifizi e raggiri, è riuscito a farsi consegnare un importo complessivo di 16.900 euro, assicurando che avrebbe restituito l’intera somma. Tuttavia, la promessa non è mai stata mantenuta. Anzi, il denaro è stato impiegato per finalità ben diverse dalla sopravvivenza, come l’acquisto di un’auto di lusso, svelando la natura fraudolenta del suo comportamento.

Il percorso disciplinare e il principio della mancata restituzione

Il procedimento disciplinare è scaturito dalla denuncia-querela presentata dalle vittime. In un primo momento, il Consiglio distrettuale di disciplina aveva dichiarato il non luogo a procedere, ritenendo che l’azione fosse prescritta. Contro questa decisione ha presentato ricorso il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati (COA) di Torino, sostenendo il carattere permanente della violazione. Il Consiglio Nazionale Forense ha accolto questa tesi, stabilendo un principio fondamentale: l’illecito disciplinare legato alla mancata restituzione di somme non si prescrive finché il denaro non viene effettivamente restituito. La condotta illecita, infatti, si protrae nel tempo, continuando a danneggiare le vittime. Di conseguenza, il termine per la prescrizione non può iniziare a decorrere fino a quando l’obbligo di restituzione non viene adempiuto. Questa interpretazione ha permesso di superare l’ostacolo formale e di valutare nel merito la grave condotta del professionista.

Cosa significa la sanzione e come tutelarsi

La sanzione inflitta, la “censura”, è un avvertimento formale che esprime una nota di biasimo per la condotta tenuta dall’avvocato, evidenziandone la gravità e ledendo la sua reputazione professionale. Questo caso mette in luce l’importanza per i cittadini di adottare cautele quando si intrattengono rapporti, anche di natura economica, con figure professionali. È fondamentale distinguere il rapporto professionale da quello personale, specialmente quando vengono avanzate richieste di denaro anomale.

Per proteggersi da situazioni simili, i consumatori possono seguire alcune buone pratiche:

  • Mantenere la distinzione dei ruoli: Un professionista che chiede prestiti personali a terzi, specialmente se conosciuti nell’ambito della sua attività, sta tenendo un comportamento anomalo e potenzialmente rischioso.
  • Formalizzare qualsiasi accordo: Qualsiasi prestito o transazione economica dovrebbe essere sempre documentato per iscritto, specificando importi, scadenze e condizioni di restituzione.
  • Diffidare di storie strappalacrime: Sebbene l’empatia sia un valore, è necessario essere prudenti di fronte a richieste di denaro basate su racconti di difficoltà personali non verificabili, soprattutto se provenienti da chi dovrebbe incarnare un ruolo di fiducia e rigore.
  • Segnalare comportamenti scorretti: I cittadini che ritengono di essere stati vittime di una condotta deontologicamente scorretta da parte di un avvocato possono e devono segnalare il caso al Consiglio dell’Ordine di appartenenza del professionista.

La vicenda dimostra che esistono strumenti di tutela per sanzionare le condotte che ledono l’immagine e l’affidabilità della professione forense. La vigilanza e le segnalazioni da parte dei cittadini sono essenziali per attivare questi meccanismi di controllo e garantire il rispetto delle regole deontologiche.

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Di admin