Subire ingiustizie o abusi sul posto di lavoro è una realtà grave per molti dipendenti, ma non tutte le condotte illegittime da parte del datore di lavoro configurano automaticamente il mobbing. La giurisprudenza italiana, inclusa una recente sentenza della Corte di Cassazione, ha chiarito un principio fondamentale: per definire una situazione come mobbing, non basta una semplice successione di episodi negativi. È indispensabile dimostrare l’esistenza di un preciso e sistematico “disegno persecutorio” volto a danneggiare il lavoratore.

Cosa definisce il mobbing secondo la legge

Il mobbing è una forma di violenza psicologica sistematica e prolungata, attuata sul luogo di lavoro con l’obiettivo di isolare, emarginare e, infine, espellere un dipendente. Per poterlo riconoscere in sede legale, devono essere presenti due elementi chiave, entrambi da provare:

  • Elemento oggettivo: Consiste in una pluralità di comportamenti ostili, vessatori e umilianti. Questi atti, presi singolarmente, potrebbero anche non essere illegittimi, ma la loro ripetizione costante nel tempo crea un ambiente lavorativo degradante.
  • Elemento soggettivo: È l’aspetto più cruciale e difficile da dimostrare. Si tratta dell’intento persecutorio, ovvero la volontà consapevole del datore di lavoro o dei colleghi di perseguitare il dipendente. Tutti i comportamenti ostili devono essere collegati da un unico filo conduttore: la volontà di danneggiare la vittima.

Senza la prova di questo disegno unificante, i singoli episodi, per quanto spiacevoli o illegittimi, vengono considerati come conflitti lavorativi ordinari o semplici inadempienze contrattuali, ma non come mobbing.

Differenza tra conflitto lavorativo e mobbing

È essenziale distinguere il mobbing da altre dinamiche negative che possono verificarsi in un ambiente di lavoro. Un conflitto, un richiamo ingiusto o un periodo di forte stress non sono, di per sé, mobbing. La differenza risiede nella sistematicità e nell’intenzionalità.

Un normale conflitto lavorativo è spesso legato a divergenze di opinione, problemi organizzativi o episodi circoscritti. Può essere aspro, ma generalmente non ha come scopo l’annientamento psicologico e professionale di una persona. Il mobbing, al contrario, è una strategia deliberata che si sviluppa nel tempo attraverso azioni mirate.

Caratteristiche distintive del mobbing:

  • Durata e frequenza: Le azioni vessatorie sono ripetute per un lungo periodo (solitamente mesi o anni).
  • Intenzionalità: Esiste una chiara volontà di colpire una persona specifica.
  • Asimmetria: Spesso la vittima si trova in una posizione di inferiorità (mobbing verticale, dal superiore al sottoposto), ma può verificarsi anche tra colleghi (mobbing orizzontale).
  • Progressione: Le tattiche persecutorie tendono a intensificarsi nel tempo.
  • Obiettivo finale: Lo scopo è l’isolamento e l’espulsione della vittima dal contesto lavorativo.

Come riconoscere e provare il disegno persecutorio

Dimostrare l’intento persecutorio è la sfida principale per chi intende far valere i propri diritti. Il lavoratore deve raccogliere prove concrete che colleghino i vari episodi subiti, mostrando che non si tratta di coincidenze o di normali problemi gestionali, ma di una strategia mirata.

Alcuni comportamenti che, se inseriti in un disegno persecutorio, possono configurare mobbing includono:

  1. Dequalificazione professionale: Assegnazione di mansioni inferiori rispetto alla propria qualifica o, al contrario, di compiti impossibili da portare a termine.
  2. Isolamento sistematico: Esclusione da riunioni, comunicazioni e attività aziendali, o spostamento in uffici isolati.
  3. Critiche e controlli continui: Valutazioni costantemente negative e ingiustificate, critiche distruttive di fronte a colleghi e un controllo esasperato su ogni attività.
  4. Pressioni psicologiche: Minacce velate, allusioni, creazione di un clima di terrore e incertezza.
  5. Sabotaggio del lavoro: Fornitura di informazioni errate, strumenti inadeguati o scadenze irrealistiche per indurre all’errore.

Per tutelarsi, è fondamentale documentare ogni singolo episodio, conservando email, messaggi, ordini di servizio e qualsiasi altro documento scritto. Altrettanto importanti sono i certificati medici che attestino i danni alla salute psicofisica e le testimonianze di colleghi disposti a confermare i fatti.

Tutele per il lavoratore e responsabilità del datore

Il lavoratore vittima di mobbing ha diritto a richiedere il risarcimento di tutti i danni subiti. Questi possono essere di natura patrimoniale, come la perdita di opportunità di carriera o le spese mediche, e non patrimoniale, come il danno biologico (lesione dell’integrità psicofisica), il danno morale (sofferenza interiore) e il danno esistenziale (peggioramento della qualità della vita e delle relazioni sociali).

Il datore di lavoro ha un obbligo legale, sancito dall’articolo 2087 del Codice Civile, di tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei propri dipendenti. Se non adotta tutte le misure necessarie per prevenire e fermare i comportamenti vessatori, può essere ritenuto responsabile dei danni causati al lavoratore.

Affrontare una situazione di mobbing richiede consapevolezza e un’azione tempestiva. Riconoscere i segnali e raccogliere le prove in modo metodico sono i primi passi per difendere la propria dignità e i propri diritti.

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Di admin