Percepire un sostegno economico dallo Stato e, contemporaneamente, svolgere un’attività lavorativa non dichiarata è una condotta che integra un reato grave, punibile con il carcere. Una sentenza della Corte di Cassazione ha stabilito un principio chiaro: anche compensi occasionali, mascherati da “regalie”, devono essere comunicati all’INPS, pena la reclusione. Sebbene il Reddito di Cittadinanza sia stato sostituito, le norme anti-frode restano severe anche per le nuove misure di sostegno.
Il caso giudiziario: la sentenza della Cassazione
La vicenda analizzata dalla Corte di Cassazione (sentenza n. 25306/2022) riguarda un beneficiario del Reddito di Cittadinanza condannato per non aver comunicato all’INPS di svolgere un’attività lavorativa retribuita. L’imputato si era difeso sostenendo di non percepire un vero e proprio stipendio, ma solo delle “regalie saltuarie” da parte del datore di lavoro. Questa giustificazione non è stata ritenuta valida dai giudici.
La Corte ha stabilito che qualsiasi forma di compenso economico derivante da un’attività lavorativa, anche se irregolare o definita in modo diverso da una retribuzione formale, costituisce una variazione del reddito che il beneficiario ha l’obbligo legale di dichiarare. L’omissione di tale comunicazione configura il reato previsto dalla normativa sui sostegni al reddito, poiché altera le condizioni necessarie per avere diritto al beneficio.
Obbligo di comunicazione e conseguenze penali
La legge che istituiva il Reddito di Cittadinanza (legge n. 26/2019) prevedeva sanzioni penali specifiche per chiunque omettesse di comunicare variazioni del reddito o del patrimonio. Il principio fondamentale è che il beneficio è legato a una precisa condizione economica, e qualsiasi entrata, anche minima, può modificarla. La sentenza della Cassazione ha rafforzato questo concetto, sottolineando che l’intento fraudolento si manifesta proprio nel nascondere informazioni rilevanti all’ente erogatore.
Le conseguenze per chi non rispetta queste regole sono molto serie e includono:
- La reclusione: nel caso specifico, la pena è stata fissata a oltre un anno di carcere.
- La revoca del beneficio: il diritto al sostegno economico viene immediatamente perso.
- La restituzione delle somme indebitamente percepite: lo Stato richiede indietro tutti gli importi erogati dal momento in cui è iniziata l’irregolarità.
Dall’RDC all’Assegno di Inclusione: le regole non cambiano
A partire dal 1° gennaio 2024, il Reddito di Cittadinanza è stato sostituito da due nuove misure: l’Assegno di Inclusione (AdI) e il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL). È fondamentale comprendere che questo cambiamento non ha indebolito i controlli né ridotto le sanzioni per chi dichiara il falso o omette informazioni.
Anche la nuova normativa (Decreto-Legge n. 48/2023) prevede pene severe per chi non comunica le variazioni di reddito. In particolare, l’omessa comunicazione di informazioni dovute o la presentazione di dati falsi per ottenere l’Assegno di Inclusione è punita con la reclusione da uno a tre anni. Il principio di trasparenza e correttezza rimane quindi un pilastro fondamentale per accedere e mantenere il diritto ai sussidi statali.
Cosa deve fare il consumatore per essere in regola
Per evitare di incorrere in gravi sanzioni, chiunque percepisca un sostegno al reddito deve seguire scrupolosamente le regole sulla comunicazione delle proprie condizioni economiche. È essenziale agire con la massima trasparenza nei confronti dell’INPS.
Ecco le azioni fondamentali da compiere:
- Comunicare ogni attività lavorativa: qualsiasi lavoro, anche se di breve durata, occasionale o con compensi bassi, deve essere immediatamente comunicato.
- Dichiarare qualsiasi variazione di reddito: non solo i redditi da lavoro, ma ogni variazione patrimoniale rilevante va segnalata.
- Utilizzare i canali ufficiali: le comunicazioni devono essere effettuate tramite il sito dell’INPS o rivolgendosi a un patronato o CAF abilitato.
- Non fidarsi di definizioni elusive: chiamare un compenso “regalia”, “rimborso spese” o “aiuto” non cambia la sua natura di reddito se è legato a una prestazione lavorativa.
Ignorare questi obblighi non è una semplice dimenticanza, ma un comportamento che la legge considera un reato, con conseguenze che possono compromettere non solo la situazione economica, ma anche la libertà personale.
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