Il rapporto tra un cliente e il proprio avvocato si basa sulla fiducia. Quando questa viene a mancare a causa di un operato ritenuto insoddisfacente, il cliente ha il diritto di esprimere il proprio dissenso. Ma dove si trova il confine tra una critica legittima e la diffamazione? Una sentenza della Corte di Cassazione (n. 22119/2022) ha fornito chiarimenti importanti, stabilendo che definire il proprio legale “poco competente” non integra automaticamente il reato di diffamazione, se tale espressione si inserisce in un contesto di critica motivata e pertinente all’incarico professionale.

Il caso: la critica all’operato del legale

La vicenda giudiziaria ha origine dalla mail inviata da un cliente al proprio avvocato, con cui contestava la gestione di una delicata causa per l’affidamento dei figli. Nella comunicazione, il cliente accusava il professionista di “scarsa competenza” e di aver agito in modo “irregolare”, contravvenendo alla linea difensiva concordata. Questa mail, inviata anche al legale di controparte e a un collaboratore di studio, è costata al cliente una condanna per diffamazione sia in primo grado che in appello. I giudici di merito avevano infatti ritenuto le espressioni utilizzate lesive dell’onore e della reputazione del professionista.

La decisione della Corte di Cassazione: il diritto di critica

La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, annullando la condanna perché “il fatto non sussiste”. Secondo i giudici supremi, la condotta del cliente non era una gratuita aggressione alla sfera personale dell’avvocato, ma l’esercizio del legittimo diritto di critica, tutelato dall’articolo 51 del Codice Penale. Le espressioni usate, sebbene aspre, erano strettamente collegate a specifiche scelte processuali non condivise e miravano a spiegare le ragioni che avevano portato alla revoca del mandato per il venir meno del rapporto fiduciario. La critica, in questo caso, era funzionale a contestare l’operato professionale e non a denigrare la persona.

Quando la critica è legittima e quando diventa diffamazione?

La sentenza ribadisce i tre criteri fondamentali che distinguono una critica legittima da un’offesa diffamatoria. Affinché la critica sia considerata un diritto e non un reato, deve rispettare i seguenti limiti:

  • Pertinenza: L’argomento deve essere di interesse pubblico o, come in questo caso, strettamente pertinente al rapporto professionale in corso. Le critiche riguardavano l’esecuzione del mandato difensivo, non aspetti della vita privata del legale.
  • Verità del fatto: La critica deve basarsi su fatti reali e verificabili. Nel caso specifico, la contestazione nasceva da una divergenza oggettiva sulla strategia processuale adottata dall’avvocato.
  • Continenza espressiva: Le modalità di espressione non devono trascendere in attacchi personali, insulti gratuiti o linguaggio volgare. Sebbene termini come “incompetente” possano apparire forti, la Cassazione li ha ritenuti ammissibili perché usati per descrivere una valutazione sull’operato tecnico-professionale e non come un’offesa fine a se stessa.

Quando questi limiti vengono superati, ad esempio con l’uso di epiteti ingiuriosi slegati dai fatti o con l’attribuzione di condotte illecite infondate, si può configurare il reato di diffamazione.

Cosa possono fare i consumatori insoddisfatti

Un cliente che si ritiene insoddisfatto dell’operato del proprio avvocato ha diversi strumenti a disposizione per far valere le proprie ragioni in modo legittimo. È consigliabile, in primo luogo, cercare un chiarimento diretto con il professionista. Se il dialogo non porta a una soluzione e il rapporto di fiducia è compromesso, il cliente ha pieno diritto di revocare il mandato. Qualora si ritenga che il comportamento del legale violi le norme deontologiche, è possibile presentare una segnalazione o un esposto al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati competente. Anche in questo caso, si tratta dell’esercizio di un diritto, a condizione che l’esposto sia fondato su fatti concreti e redatto nel rispetto dei limiti della continenza.

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Di admin