L’utilizzo di telefoni cellulari e altri dispositivi di comunicazione all’interno degli istituti penitenziari non è più considerato un semplice illecito disciplinare, ma un vero e proprio reato. Con l’introduzione dell’articolo 391-ter nel Codice Penale, il legislatore ha stabilito pene severe per chiunque introduca o utilizzi illegalmente tali apparecchiature in carcere, con l’obiettivo di contrastare la gestione di attività criminali dall’interno delle mura carcerarie.
Cosa prevede il reato di accesso indebito a dispositivi di comunicazione
L’articolo 391-ter del Codice Penale, introdotto con il decreto sicurezza del 2020, ha creato una nuova fattispecie di reato denominata “Accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti”. Questa norma punisce chiunque, senza autorizzazione, agisca in uno dei seguenti modi:
- Introduca o tenti di introdurre in un istituto penitenziario un telefono cellulare o un altro dispositivo di comunicazione.
- Consegni o tenti di consegnare a un detenuto uno di questi dispositivi.
- Venga trovato in possesso di un dispositivo di comunicazione mentre si trova all’interno del carcere come detenuto.
- Comunichi con l’esterno utilizzando tali dispositivi in modo fraudolento.
La legge mira a colpire non solo il detenuto che utilizza il telefono, ma anche la rete di persone che ne facilita l’ingresso e l’uso, interrompendo così un canale fondamentale per la prosecuzione delle attività illecite.
Le pene previste dalla legge
La trasformazione da illecito disciplinare a reato penale ha comportato un significativo inasprimento delle sanzioni. Prima di questa norma, il detenuto sorpreso con un cellulare rischiava sanzioni interne, come l’isolamento. Ora, invece, rischia una nuova condanna che si aggiunge a quella che sta già scontando. Le pene previste sono:
- Reclusione da uno a quattro anni per la fattispecie base, applicabile sia a chi introduce il dispositivo sia al detenuto che lo riceve o lo utilizza.
- Reclusione da due a cinque anni se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale, un incaricato di pubblico servizio o un avvocato. Questa aggravante è pensata per punire più severamente chi abusa della propria posizione e dei propri privilegi di accesso al carcere.
Oltre alla pena detentiva, è sempre prevista la confisca del dispositivo utilizzato per commettere il reato.
Il primo caso di applicazione della nuova norma
Poco dopo l’entrata in vigore della legge, si è registrato il primo caso di applicazione concreta. Un detenuto della casa circondariale di Ferrara, considerato un elemento di spicco nel traffico di stupefacenti, è stato colto in flagranza mentre utilizzava un mini-cellulare all’interno della sua cella. L’operazione è stata condotta dal Nucleo Investigativo Centrale (NIC) della Polizia Penitenziaria, nell’ambito di un’indagine più ampia coordinata dalla Procura della Repubblica di Bologna. Per il detenuto, la vicenda si è conclusa con una condanna patteggiata a tredici mesi e dieci giorni di reclusione, che si sono aggiunti alla sua pena originaria, oltre alla confisca del telefono.
Implicazioni per la sicurezza e i consumatori
La presenza di telefoni cellulari in carcere rappresenta una grave minaccia per la sicurezza pubblica. Attraverso questi dispositivi, i detenuti possono continuare a gestire traffici illeciti, impartire ordini a membri di organizzazioni criminali all’esterno, minacciare testimoni o vittime e persino pianificare evasioni. La criminalizzazione di questa condotta fornisce alle forze dell’ordine e alla magistratura uno strumento più efficace per reprimere il fenomeno. Per i cittadini, questo si traduce in una maggiore tutela, poiché si mira a rendere le carceri luoghi di effettiva detenzione e non centrali operative del crimine.
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