L’accertamento della paternità può avvenire anche utilizzando campioni biologici prelevati in passato per scopi medici e conservati presso strutture sanitarie. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con una sentenza che chiarisce il delicato equilibrio tra il diritto alla privacy e il diritto fondamentale a conoscere le proprie origini. Secondo i giudici, l’interesse alla verità e alla giustizia in un procedimento civile può prevalere sulla riservatezza dei dati personali, legittimando l’acquisizione di tale materiale da parte di un consulente tecnico nominato dal tribunale.

Il caso: l’accertamento di paternità post-mortem

La vicenda giudiziaria nasce dalla richiesta di un uomo di essere riconosciuto come figlio naturale di un signore ormai deceduto. Per poter effettuare il test del DNA, il Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU), nominato dal giudice, aveva acquisito presso alcune aziende ospedaliere dei campioni biologici (vetrini istologici) appartenenti al presunto padre, prelevati anni prima per accertamenti diagnostici. L’erede del defunto si è opposto a questa procedura, sostenendo che l’acquisizione e l’utilizzo di quei campioni violassero la normativa sulla privacy. Secondo il ricorrente, i dati sanitari sarebbero stati ceduti illecitamente dall’ospedale e, di conseguenza, la prova ottenuta sarebbe stata inutilizzabile nel processo.

La decisione della Cassazione: il diritto alla giustizia prevale sulla privacy

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, fornendo importanti chiarimenti sull’uso dei dati personali in ambito giudiziario. I giudici hanno sottolineato che le rigide regole sull’inutilizzabilità delle prove, previste per il processo penale, non si applicano automaticamente a quello civile. Nel contesto di una causa civile, il giudice ha una maggiore discrezionalità nel valutare le prove, anche quelle atipiche.

Il punto cruciale della sentenza riguarda però il bilanciamento tra diritti. Il diritto alla privacy non è assoluto e può essere limitato quando entra in conflitto con altre esigenze di rilevanza pubblica, come l’amministrazione della giustizia. Sia la normativa italiana che quella europea (incluso il GDPR) prevedono specifiche deroghe al divieto di trattare dati sensibili quando ciò sia necessario per “accertare, esercitare o difendere un diritto in sede giudiziaria”. Il diritto all’identità personale e a conoscere il proprio status di figlio è un diritto fondamentale della persona, la cui tutela giustifica l’accesso a informazioni altrimenti riservate. Pertanto, la consegna dei campioni biologici da parte della struttura sanitaria al CTU non è un atto illecito, ma un adempimento a un ordine dell’autorità giudiziaria.

Il ruolo del CTU e l’uso di collaboratori

Un’altra obiezione sollevata nel ricorso riguardava la validità della consulenza tecnica, poiché il CTU non avrebbe presenziato a tutte le operazioni peritali, delegandole a collaboratori. Anche su questo punto, la Cassazione ha dato torto al ricorrente. I giudici hanno chiarito che il Consulente Tecnico d’Ufficio può legittimamente avvalersi del supporto di esperti e ausiliari specializzati per svolgere determinate analisi, purché lo faccia sotto la propria diretta supervisione e responsabilità. L’importante è che il CTU gestisca l’incarico, garantisca la correttezza delle procedure e si assuma la paternità delle conclusioni riportate nella sua relazione finale.

Cosa cambia per i cittadini

Questa sentenza rappresenta un punto di riferimento importante per chiunque si trovi ad affrontare un percorso per il riconoscimento della paternità, specialmente in casi complessi come quelli post-mortem. Le implicazioni pratiche sono significative:

  • Maggiore tutela del diritto alle origini: Viene rafforzata la possibilità per un figlio di accertare la propria identità biologica, anche in assenza del consenso o della collaborazione del presunto padre o dei suoi eredi.
  • Utilizzo di materiale biologico archiviato: Si conferma che i campioni biologici conservati in ospedali e laboratori a seguito di esami, biopsie o interventi chirurgici possono diventare una fonte di prova decisiva.
  • Chiarezza sul bilanciamento dei diritti: La decisione chiarisce che, in un contesto giudiziario, la ricerca della verità su uno status fondamentale della persona può prevalere sulle norme a protezione della privacy.
  • Poteri dell’autorità giudiziaria: Il giudice, attraverso il suo consulente tecnico, ha il potere di ordinare l’acquisizione di questo materiale biologico senza che le strutture sanitarie possano opporre un diniego basato sulla privacy.

In conclusione, la pronuncia della Cassazione consolida un principio di civiltà giuridica, garantendo che il diritto di un individuo a conoscere la propria storia e le proprie radici non sia ostacolato da un’interpretazione eccessivamente restrittiva delle norme sulla protezione dei dati personali.

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Di admin