Durante la prima fase dell’emergenza sanitaria legata al Coronavirus nel 2020, il sistema scolastico italiano si è trovato di fronte a una sfida senza precedenti: come garantire il ritorno in classe a settembre in totale sicurezza. Tra le diverse proposte al vaglio del Ministero dell’Istruzione, una delle più discusse fu quella di una didattica mista, con un’alternanza tra lezioni in presenza e a distanza, pensata in modo specifico per gli studenti più grandi.
L’ipotesi della didattica mista per le scuole superiori
L’idea principale, avanzata dall’allora ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, era quella di dimezzare le presenze nelle aule delle scuole secondarie di secondo grado. Il modello proposto prevedeva che metà degli studenti di una classe seguisse le lezioni in aula per una parte della settimana, mentre l’altra metà partecipava da casa attraverso la didattica a distanza. I due gruppi si sarebbero poi scambiati a metà settimana.
Questa soluzione era mirata a una fascia d’età adolescenziale, considerata più autonoma nella gestione degli strumenti digitali e meno problematica dal punto di vista organizzativo per le famiglie. L’obiettivo era duplice: ridurre l’affollamento nelle aule per garantire il distanziamento fisico e, al contempo, mantenere un legame sociale e didattico costante tra tutti gli studenti, sia quelli in presenza sia quelli collegati da remoto.
Soluzioni diverse per i più piccoli
Per gli alunni più giovani, come quelli della scuola dell’infanzia e primaria, l’approccio discusso era differente. La priorità era garantire la didattica interamente in presenza, considerata fondamentale per lo sviluppo educativo e sociale in quella fascia d’età. Per raggiungere questo obiettivo, si ipotizzò di superare i confini fisici degli edifici scolastici.
La proposta era di utilizzare spazi alternativi e più ampi, aprendo la scuola al territorio. Tra le opzioni considerate c’erano parchi, ville comunali, teatri e locali messi a disposizione da associazioni, al fine di creare ambienti di apprendimento sicuri e sufficientemente spaziosi per rispettare le norme sanitarie. L’idea era quella di immaginare una scuola nuova, più integrata con la comunità circostante.
Studi tecnici e preoccupazioni delle famiglie
Il dibattito fu alimentato anche da contributi tecnici e dalle reazioni delle associazioni dei genitori, che evidenziarono sia le opportunità sia le criticità delle soluzioni proposte.
Il rapporto del Politecnico di Torino
Uno studio significativo fu quello del Politecnico di Torino, intitolato “Scuola aperta, società protetta”. Il documento forniva indicazioni precise per una riapertura sicura, suggerendo misure concrete per riorganizzare gli spazi e le attività. Tra le principali raccomandazioni figuravano:
- Classi dimezzate: un numero massimo di 10 alunni per la scuola dell’infanzia e 15 per gli altri ordini scolastici.
- Distanziamento fisico: disposizione dei banchi “a scacchiera” per alternare posti occupati e posti vuoti.
- Gestione della mensa: consumo dei pasti direttamente al banco tramite lunchbox individuali per evitare assembramenti nei refettori.
La posizione dei genitori
Le proposte di didattica alternata suscitarono notevoli perplessità tra le famiglie. Il Movimento Italiano Genitori (Moige) espresse forte preoccupazione, definendo l’ipotesi di alternanza tra casa e scuola “non sostenibile” sia sul piano didattico che su quello dell’organizzazione familiare. Le famiglie, già messe a dura prova durante il lockdown, chiedevano soluzioni che garantissero un ritorno alla normalità e una scuola “live” per tutti, senza discriminazioni e con politiche di inclusione efficaci.
Un dibattito figlio del suo tempo
È importante sottolineare che le ipotesi discusse nella primavera del 2020 erano parte di un complesso processo decisionale in una fase di massima incertezza. Le soluzioni effettivamente adottate a partire da settembre 2020 e negli anni successivi sono state il risultato di un’evoluzione continua, con significative differenze a livello regionale e adattamenti basati sull’andamento della curva epidemiologica. Quel dibattito, sebbene superato dagli eventi, rimane una testimonianza delle enormi sfide affrontate per bilanciare il diritto alla salute e il diritto all’istruzione.
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