Quando un inquilino non paga l’affitto, il proprietario può avviare una procedura di sfratto per morosità. La legge offre al conduttore un’ultima possibilità per evitare di perdere l’abitazione: il cosiddetto “termine di grazia”. Tuttavia, una sentenza della Corte Costituzionale ha stabilito regole molto rigide sulla sua applicazione, chiarendo che un pagamento solo parziale del debito non è sufficiente a fermare lo sfratto, anche se la somma rimanente è molto piccola.
Cos’è il termine di grazia nello sfratto per morosità
Il termine di grazia è un’opportunità concessa dal giudice all’inquilino moroso durante la prima udienza del procedimento di sfratto. In base all’articolo 55 della legge n. 392 del 1978, il conduttore può chiedere un periodo di tempo, solitamente di 90 giorni, per saldare completamente il suo debito. Questo strumento è pensato per proteggere l’inquilino in difficoltà economica, consentendogli di regolarizzare la sua posizione ed evitare la risoluzione del contratto di locazione.
Perché la procedura si fermi, il pagamento deve includere:
- Tutti i canoni di locazione scaduti.
- Gli oneri accessori (spese condominiali e altre voci previste dal contratto).
- Gli interessi maturati.
- Le spese legali sostenute dal proprietario per avviare il procedimento.
Questa possibilità può essere utilizzata per un massimo di tre volte nell’arco di un quadriennio.
Il pagamento parziale non basta: la decisione della Corte Costituzionale
La questione centrale affrontata dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 79 del 2020 riguarda l’efficacia di un pagamento parziale effettuato entro il termine di grazia. La Corte ha stabilito in modo inequivocabile che, per sanare la morosità e impedire la convalida dello sfratto, il debito deve essere estinto integralmente. Non è lasciata al giudice la discrezionalità di valutare la “gravità” del debito residuo.
Questo significa che anche se l’inquilino paga quasi tutto il dovuto, ma lascia un piccolo importo scoperto (ad esempio, una parte delle spese legali o una frazione del canone), il beneficio del termine di grazia viene meno. Il giudice, in questo caso, è tenuto a convalidare lo sfratto e a dichiarare la risoluzione del contratto di locazione. La Corte ha ritenuto che il termine di grazia sia già una misura di eccezionale favore per il conduttore e, come tale, richiede un adempimento completo e puntuale come contropartita.
Cosa significa per l’inquilino: conseguenze pratiche
La decisione della Corte Costituzionale ha implicazioni dirette e molto importanti per chi si trova ad affrontare uno sfratto per morosità. È fondamentale comprendere che non c’è margine per errori o pagamenti incompleti. Ecco i punti chiave da tenere a mente:
- Verificare l’importo esatto: Prima di effettuare il pagamento, è cruciale accertarsi dell’ammontare totale del debito, comprensivo di ogni voce accessoria e delle spese legali liquidate dal giudice.
- Il pagamento deve essere totale: Non è sufficiente saldare solo i canoni arretrati. L’intera somma richiesta deve essere corrisposta entro la scadenza fissata.
- Nessuna discrezionalità del giudice: L’inquilino non può sperare che il giudice consideri l’inadempimento “di scarsa importanza” se rimane un debito residuo. La legge, come interpretata dalla Corte, non lo consente.
- Rischio di perdere l’abitazione: Un pagamento incompleto, anche per pochi euro, comporta la convalida dello sfratto e la perdita del diritto a rimanere nell’immobile.
Come tutelarsi ed evitare lo sfratto
La migliore tutela per l’inquilino è agire con la massima precisione e tempestività. Se si riceve un’intimazione di sfratto per morosità e si intende avvalersi del termine di grazia, è essenziale farsi calcolare l’importo esatto e completo da saldare. Non bisogna mai sottovalutare le spese legali, che fanno parte integrante del debito da estinguere. La legge offre una via d’uscita, ma a condizioni molto severe. L’adempimento parziale, pur dimostrando la volontà di pagare, non è considerato sufficiente a preservare il contratto di locazione.
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