Il percorso per l’accesso alla professione forense è stato oggetto di numerose riforme, con l’obiettivo di rendere la formazione dei futuri avvocati più strutturata e completa. Un passaggio significativo in questo processo ha riguardato l’introduzione di corsi di formazione obbligatori per i praticanti. Il parere del Consiglio di Stato n. 830 del 2020 ha affrontato una questione cruciale: la coerenza tra l’entrata in vigore di tali corsi e le nuove modalità dell’esame di abilitazione.

Il contesto della riforma e il disallineamento normativo

La legge di riforma della professione forense (L. 247/2012) ha previsto, tra le altre cose, una nuova disciplina per l’esame di Stato e l’obbligo per i tirocinanti di frequentare corsi di formazione specifici. Tuttavia, l’applicazione di queste novità non è stata immediata. Con il decreto “Milleproroghe” (D.L. 162/2019), il legislatore aveva deciso di posticipare ulteriormente l’entrata in vigore del nuovo esame di abilitazione.

Questa decisione ha creato un potenziale disallineamento: i corsi di formazione, pensati come preparazione specifica per il nuovo esame, rischiavano di diventare obbligatori mentre l’esame stesso era ancora regolato dalla vecchia disciplina. Per risolvere questa incongruenza, il Ministero della Giustizia ha proposto di posticipare anche l’obbligatorietà dei corsi.

Il parere del Consiglio di Stato: coerenza e opportunità

Il Consiglio di Stato è stato chiamato a esprimere un parere su questa proposta di modifica. Con il parere n. 830/2020, ha ritenuto la scelta del Ministero non solo logica, ma anche opportuna. Secondo Palazzo Spada, la formazione preliminare del praticante e le modalità d’esame sono due aspetti inscindibili di un unico percorso. Rendere obbligatori i corsi prima dell’entrata in vigore del nuovo esame sarebbe stato incoerente.

La decisione mirava a evitare di imporre a ordini forensi e tirocinanti attività e investimenti che avrebbero potuto rivelarsi non allineati con la futura e complessiva revisione della disciplina di accesso alla professione. In sostanza, si è preferito attendere un quadro normativo stabile e definitivo.

Implicazioni pratiche per i praticanti avvocati

Il parere del Consiglio di Stato ha avuto conseguenze dirette e pratiche per chi svolgeva il tirocinio forense in quel periodo. La principale implicazione è stata la sospensione dell’obbligo di frequenza dei corsi previsti dal D.M. 9 febbraio 2018, n. 17, fino a quando non fosse entrata in vigore la nuova disciplina dell’esame di Stato. Questo ha garantito maggiore certezza ai praticanti, evitando loro di dover adempiere a un obbligo formativo potenzialmente slegato dall’esame che avrebbero effettivamente sostenuto.

I punti chiave del parere possono essere così riassunti:

  • Allineamento temporale: L’obbligo dei corsi di formazione doveva decorrere in parallelo con le nuove regole dell’esame di abilitazione.
  • Coerenza del percorso: La formazione teorico-pratica deve essere funzionale alle prove d’esame.
  • Tutela dei tirocinanti: Evitare di imporre oneri e costi per percorsi formativi che potrebbero essere modificati da una successiva riforma complessiva.
  • Stabilità normativa: Il Consiglio di Stato ha anche suggerito una modifica permanente al regolamento per legare automaticamente l’entrata in vigore dei corsi a quella della legge sull’esame, evitando così la necessità di futuri interventi tampone.

Un passo verso un sistema integrato

È importante sottolineare che il parere del 2020 si inserisce in un lungo processo di transizione. Da allora, la normativa sull’accesso alla professione forense ha subito ulteriori evoluzioni, portando all’assetto attuale. Tuttavia, quella decisione ha rappresentato un momento fondamentale per affermare il principio di coerenza e razionalità, assicurando che ogni fase del percorso di accesso alla professione sia logicamente connessa alle altre, a beneficio della qualità della formazione dei futuri avvocati.

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Di admin