Durante la cosiddetta “Fase 2” dell’emergenza sanitaria legata al Coronavirus nel 2020, il governo italiano ha affrontato la complessa sfida di conciliare la ripresa delle attività lavorative con le esigenze dei bambini e delle famiglie. In quel contesto, fu elaborato un “piano infanzia” con l’obiettivo di permettere ai più piccoli di uscire dall’isolamento domestico in sicurezza, offrendo al contempo un supporto concreto ai genitori che tornavano al lavoro.
Obiettivi e struttura del piano infanzia 2020
Il piano discusso nella primavera del 2020 si basava su un doppio binario. Da un lato, mirava a garantire ai minori l’accesso ad attività educative e ludiche fondamentali per il loro sviluppo psicofisico dopo mesi di lockdown. Dall’altro, intendeva fornire soluzioni pratiche per i genitori, evitando che la riapertura delle attività produttive si traducesse in una difficoltà insormontabile nella gestione dei figli.
Le proposte si articolavano in due fasi principali:
- Da maggio 2020: Si prevedeva la possibilità di organizzare attività ricreative ed educative in spazi aperti, come parchi e giardini, accessibili a piccoli gruppi di bambini per garantire il distanziamento.
- Da giugno 2020: L’ipotesi era quella di riattivare i centri estivi, coinvolgendo enti locali, associazioni del terzo settore e il mondo sportivo. L’organizzazione avrebbe dovuto seguire protocolli sanitari rigorosi.
Le regole per la sicurezza dei bambini
La priorità del piano era la tutela della salute. Per questo, le linee guida in discussione prevedevano misure specifiche per minimizzare i rischi di contagio. La regola fondamentale era la suddivisione dei bambini in piccoli gruppi stabili, composti da un numero limitato di partecipanti (si ipotizzavano 4 o 5 bambini) affidati a un singolo educatore. Questo approccio, noto come “sistema a bolle”, mirava a limitare i contatti e a facilitare il tracciamento in caso di necessità.
I sindaci e gli enti locali sottolinearono l’importanza di avere regole chiare e risorse adeguate per poter mettere a disposizione e adeguare gli spazi necessari, come oratori, cortili scolastici, ludoteche e centri per famiglie.
Sostegni economici per famiglie e didattica
Per sostenere l’attuazione del piano, furono discusse diverse forme di aiuto economico. Una delle proposte più significative riguardava l’adattamento del cosiddetto “voucher baby sitter”, che sarebbe potuto essere utilizzato in modo più flessibile per coprire le rette dei centri estivi e delle attività ricreative. Inoltre, si discusse della necessità di stanziare maggiori risorse per gli enti locali, indispensabili per l’organizzazione dei servizi.
Parallelamente, per affrontare il divario digitale emerso con la didattica a distanza, il Ministero dell’Istruzione annunciò lo stanziamento di 80 milioni di euro per l’acquisto di tablet e computer per gli studenti delle famiglie con minori possibilità economiche. Si lavorò anche per ottenere accordi con i gestori telefonici al fine di rendere gratuita la navigazione sulle piattaforme didattiche.
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