Durante le prime fasi dell’emergenza sanitaria da Coronavirus, il Governo italiano ha introdotto una serie di misure economiche per sostenere lavoratori e famiglie. Tra queste, il bonus per i lavoratori autonomi ha rappresentato un pilastro fondamentale. Questo articolo analizza le proposte discusse nell’aprile 2020, che prevedevano un aumento dell’indennità e l’introduzione di meccanismi per limitarne l’accesso solo a chi ne avesse effettivamente bisogno.
Dal bonus 600 euro all’ipotesi degli 800 euro
Il decreto “Cura Italia” di marzo 2020 aveva introdotto un’indennità una tantum di 600 euro per diverse categorie di lavoratori autonomi, professionisti e collaboratori, come misura di sostegno immediato a fronte del blocco delle attività. Con il protrarsi dell’emergenza, si è resa necessaria la pianificazione di ulteriori interventi.
Nell’ambito del cosiddetto “decreto Aprile”, poi confluito nel “decreto Rilancio”, si discusse di prorogare il sostegno economico, aumentandone l’importo. L’ipotesi principale era quella di elevare il bonus a 800 euro per il mese di aprile 2020. Per i già beneficiari del bonus di marzo, l’erogazione sarebbe dovuta avvenire in modo automatico, semplificando le procedure e accelerando i tempi di pagamento.
I nuovi criteri selettivi per il mese di maggio
La novità più significativa allo studio riguardava il mese di maggio 2020. L’obiettivo del Governo era quello di rendere la misura più selettiva per evitare che ne usufruissero soggetti con redditi elevati o la cui attività non era stata significativamente impattata dalla crisi. Questa stretta mirava a concentrare le risorse, stimate in circa 3 miliardi di euro per quel mese, sulle categorie più in difficoltà.
Per raggiungere questo scopo, furono valutate diverse opzioni:
- Soglia di reddito: Introdurre un tetto massimo di reddito annuo per poter accedere al beneficio. Questo avrebbe escluso i professionisti e gli autonomi che, nonostante la crisi, mantenevano un livello di guadagno considerato sufficiente.
- Codici ATECO: Utilizzare i codici ATECO, che identificano le diverse attività economiche, per distinguere tra le imprese costrette a rimanere chiuse e quelle che potevano riaprire o che non avevano mai interrotto l’attività.
Questi meccanismi di selezione avrebbero rappresentato un cambiamento importante rispetto all’approccio iniziale, che era stato più ampio e generalizzato per garantire rapidità di intervento.
Cosa cambiava per i consumatori e i lavoratori
Le proposte discusse nell’aprile 2020 avevano un impatto diretto e concreto sulla vita di milioni di lavoratori autonomi e delle loro famiglie. La conferma automatica del bonus aumentato a 800 euro per il mese di aprile rappresentava una boccata d’ossigeno, ma l’introduzione di criteri più stringenti per maggio generava incertezza.
Molti lavoratori si trovarono a interrogarsi sulla propria idoneità futura al sussidio, temendo di essere esclusi a causa del proprio reddito o del settore di appartenenza. La finalità era quella di garantire maggiore equità, ma il rischio era di creare nuove complessità burocratiche e di lasciare scoperte alcune fasce di lavoratori comunque in difficoltà.
Il Reddito di Emergenza per le famiglie
Parallelamente al bonus per gli autonomi, si lavorava all’introduzione di un’altra importante misura: il Reddito di Emergenza (REM). Questo strumento era pensato per sostenere i nuclei familiari in difficoltà economica non coperti da altri ammortizzatori sociali, come il Reddito di Cittadinanza o la cassa integrazione.
L’idea era di erogare un contributo, ipotizzato intorno ai 500 euro mensili per due mesi, a circa un milione di famiglie, individuate tramite specifici requisiti ISEE. Il REM mirava a creare una rete di protezione più ampia, includendo anche lavoratori precari, intermittenti o in nero che rischiavano di non ricevere alcun tipo di aiuto.
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