Durante l’emergenza Coronavirus, il bonus da 600 euro previsto dal decreto “Cura Italia” ha rappresentato una misura di sostegno fondamentale per molti professionisti e lavoratori autonomi. Tuttavia, un successivo intervento normativo, il “Decreto Liquidità”, ha introdotto un’importante limitazione che ha escluso una specifica categoria di lavoratori, generando notevoli perplessità e proteste.
Il requisito dell’iscrizione esclusiva: cosa è cambiato
La modifica cruciale è stata introdotta dall’articolo 34 del Decreto Liquidità, che ha ristretto l’accesso all’indennità per i professionisti iscritti alle casse di previdenza private. La norma ha specificato che il bonus spettava unicamente a coloro che risultavano “iscritti in via esclusiva” alla propria cassa di appartenenza e non titolari di pensione.
Questo requisito ha avuto un impatto diretto e immediato: chiunque avesse una doppia posizione previdenziale, essendo iscritto contemporaneamente a una cassa professionale (come Cassa Forense per gli avvocati o ENPAP per gli psicologi) e all’INPS (ad esempio, alla Gestione Separata), si è visto escluso dal beneficio. La doppia iscrizione, anche se legata a un’attività secondaria o a redditi minimi, è diventata un motivo di esclusione automatica.
Chi sono i professionisti penalizzati dalla norma
La platea dei professionisti interessati da questa limitazione si è rivelata più ampia del previsto. Molti lavoratori, infatti, si trovano a cumulare diverse posizioni contributive per via della natura frammentata del loro lavoro. Alcuni esempi pratici includono:
- Avvocati che svolgono anche attività di giornalista pubblicista, con conseguente iscrizione alla Gestione Separata INPS.
- Psicologi che affiancano alla libera professione incarichi di docenza o consulenze che richiedono un versamento contributivo all’INPS.
- Architetti o ingegneri che partecipano a progetti specifici che comportano l’apertura di una posizione INPS separata da quella di Inarcassa.
Per queste categorie, la notizia dell’esclusione ha significato non solo la perdita di un sostegno economico atteso, ma anche un senso di ingiustizia, poiché il criterio non teneva conto del reddito effettivo o del calo di fatturato subito a causa della pandemia.
Un criterio di esclusione controverso e le sue conseguenze
La logica dietro l’esclusione ha sollevato fin da subito forti dubbi sulla sua equità. La norma, infatti, non legava il diritto al bonus alla reale condizione di difficoltà economica del professionista, ma a un dato puramente formale come la singola iscrizione previdenziale. Questo ha creato situazioni paradossali e palesemente inique.
Ad esempio, un professionista con un reddito del 2018 di 34.900 euro, ma iscritto solo alla propria cassa, ha potuto ricevere i 600 euro. Al contrario, un collega con un reddito molto più basso, magari di soli 9.000 euro, è stato escluso solo perché aveva una seconda posizione aperta presso l’INPS per un’attività marginale. Le casse previdenziali si sono trovate costrette a bloccare i pagamenti e a rivedere tutte le domande per verificare il requisito dell’iscrizione esclusiva, respingendo quelle non conformi.
Diritti e tutele: cosa fare in situazioni simili
Di fronte a una norma così specifica, le possibilità di azione individuale per i professionisti esclusi erano molto limitate. La regola introdotta dal decreto aveva forza di legge e le casse previdenziali erano tenute ad applicarla alla lettera. L’unica via era legata a un possibile ripensamento del legislatore in fase di conversione in legge del decreto.
In casi come questo, è fondamentale per i consumatori e i professionisti monitorare attentamente l’evoluzione normativa e le comunicazioni ufficiali del proprio ente previdenziale. Comprendere i requisiti specifici e le motivazioni di un’eventuale esclusione è il primo passo per valutare se esistono i presupposti per una contestazione o per aderire a iniziative collettive volte a chiedere una modifica delle regole.
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