I criteri per il riconoscimento dell’assegno di divorzio sono profondamente cambiati negli ultimi anni, superando l’orientamento che lo legava al mantenimento del tenore di vita goduto durante il matrimonio. Una recente giurisprudenza della Corte di Cassazione ha consolidato un nuovo approccio basato sui principi di auto-responsabilità e sulla valorizzazione delle potenzialità reddituali di chi richiede il sostegno economico.
I nuovi principi per l’assegno di divorzio
L’assegno di divorzio non ha più una funzione meramente assistenziale, ma assume una natura composita, che include anche un aspetto perequativo e compensativo. Questo significa che il giudice, nel decidere se e quanto concedere, non si limita a constatare la disparità economica tra gli ex coniugi. La valutazione è più complessa e tiene conto di diversi fattori:
- Il contributo alla vita familiare: Si valuta il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di un coniuge a beneficio della famiglia e della carriera dell’altro.
- La durata del matrimonio: Un legame lungo può avere un peso maggiore nella determinazione di un contributo compensativo.
- Le condizioni personali: L’età e lo stato di salute del richiedente sono elementi cruciali per determinare la sua effettiva capacità di procurarsi mezzi di sostentamento.
- L’impossibilità oggettiva: L’assegno è riconosciuto se il richiedente non ha mezzi adeguati e si trova nell’impossibilità oggettiva di procurarseli.
L’obiettivo non è più quello di replicare il precedente tenore di vita, ma di garantire un livello reddituale adeguato al contributo fornito e di riequilibrare le posizioni economiche, tenendo conto della storia del matrimonio.
Il dovere di attivarsi: la potenzialità reddituale
Il punto centrale della nuova visione è il principio di auto-responsabilità. L’ex coniuge che richiede l’assegno non può assumere un atteggiamento passivo e attendista, limitandosi a fare affidamento sulle risorse economiche dell’altro. La giurisprudenza sottolinea il dovere di attivarsi per valorizzare le proprie capacità professionali e reddituali.
Ciò che rileva non è tanto la mancanza di concrete opportunità di lavoro, quanto la dimostrazione di un impegno attivo nella ricerca di un’occupazione. Il giudice valuta le “potenzialità professionali e reddituali”, ovvero la capacità astratta di produrre reddito in base a età, formazione, esperienze pregresse e condizioni di salute. Un atteggiamento deresponsabilizzante, che consiste nell’attendere opportunità senza cercarle attivamente, può portare a una riduzione o al mancato riconoscimento dell’assegno.
Cosa cambia in pratica per i consumatori
Per chi affronta un divorzio, questi principi hanno conseguenze pratiche molto importanti. È fondamentale comprendere che l’assegno non è un diritto automatico legato alla fine del matrimonio, ma una misura di sostegno condizionata a precise circostanze.
Ecco alcuni punti chiave da considerare:
- Non basta la disparità di reddito: Essere economicamente più deboli non è sufficiente per ottenere l’assegno. Bisogna dimostrare di non potersi mantenere per ragioni oggettive.
- La ricerca di lavoro è fondamentale: È essenziale documentare e dimostrare di essersi attivati per trovare un lavoro o per riqualificarsi professionalmente, ad esempio iscrivendosi a corsi di formazione.
- Il sacrificio professionale conta: Se si è rinunciato alla carriera per dedicarsi alla famiglia, questo elemento ha un forte peso nella componente compensativa dell’assegno. Tuttavia, non esonera dal dovere di attivarsi dopo il divorzio.
- L’eredità e altri redditi incidono: Qualsiasi miglioramento delle condizioni patrimoniali del richiedente, come un’eredità o nuove fonti di reddito, viene considerato nella determinazione dell’importo.
In sintesi, la fine del matrimonio segna l’inizio di un percorso in cui entrambi gli ex coniugi sono chiamati a riorganizzare la propria vita in autonomia, con il sostegno dell’assegno che interviene solo come strumento di riequilibrio e di solidarietà post-coniugale, non come una rendita vitalizia.
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