Il diritto di un genitore di mantenere un rapporto con il proprio figlio non può mai trasformarsi in un pretesto per perseguitare l’ex partner. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 10904/2020, confermando la condanna per il reato di atti persecutori (stalking) a carico di un uomo che assillava la ex compagna con la scusa di voler esercitare il suo ruolo di padre. Questa decisione chiarisce i confini tra un legittimo diritto e un comportamento criminale, offrendo una tutela importante alle vittime di violenza psicologica e fisica dopo la fine di una relazione.

Quando il diritto di visita diventa un pretesto per lo stalking

Il reato di atti persecutori, disciplinato dall’articolo 612-bis del Codice Penale, si configura quando una persona, con condotte reiterate, minaccia o molesta qualcuno in modo da provocare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, un fondato timore per la propria incolumità o quella di un familiare, oppure costringendo la vittima a modificare le proprie abitudini di vita. Nel caso esaminato dalla Cassazione, l’imputato si era difeso sostenendo che le sue azioni fossero finalizzate unicamente a mantenere un legame con il figlio. I giudici hanno respinto questa tesi, evidenziando come i comportamenti messi in atto non avessero alcun collegamento reale con l’esercizio della genitorialità. Le condotte vessatorie erano dirette esclusivamente contro la donna, con l’obiettivo di molestarla e controllarla, strumentalizzando il figlio come scusa.

Quali comportamenti costituiscono stalking in questi casi?

La sentenza ha messo in luce una serie di azioni che, pur mascherate da un presunto interesse per il figlio, integravano pienamente il reato di stalking. È fondamentale riconoscere questi segnali per comprendere la gravità della situazione e agire di conseguenza. Tra i comportamenti contestati all’uomo figuravano:

  • Pedinamenti e minacce: Seguire la ex partner nei suoi spostamenti e rivolgerle minacce di morte, creando un clima di terrore costante.
  • Danni alla proprietà: Danneggiare l’automobile della vittima e dei suoi genitori, un chiaro atto intimidatorio volto a colpire la sua sfera personale e familiare.
  • Telefonate ossessive: Effettuare innumerevoli chiamate a ogni ora del giorno e della notte, invadendo la privacy e la tranquillità della donna.
  • Incursioni e atti vandalici: Entrare senza permesso nell’abitazione, rompere le serrature delle porte e imbrattare i muri esterni, violando lo spazio privato e sicuro della vittima.

Queste azioni non rappresentano tentativi legittimi di fare il padre, ma una vera e propria strategia persecutoria che abusa del legame genitoriale per tormentare l’ex compagna.

Cosa può fare la vittima per tutelarsi?

Per chi si trova in una situazione simile, è cruciale sapere che la legge offre strumenti di protezione. La testimonianza della persona offesa, come ribadito dalla Cassazione, può essere sufficiente a fondare una condanna, soprattutto se coerente e credibile. È importante non sottovalutare la gravità di questi comportamenti e agire tempestivamente. Ecco alcuni passi concreti da seguire:

  1. Raccogliere le prove: Conservare messaggi, registrare le telefonate (ove consentito), annotare date e orari degli episodi di molestia, fotografare eventuali danni e cercare testimoni.
  2. Denunciare alle autorità: Rivolgersi alle forze dell’ordine (Polizia o Carabinieri) per sporgere querela. È un passo fondamentale per attivare le tutele previste dalla legge, come il divieto di avvicinamento.
  3. Cercare supporto legale: Consultare un avvocato o un’associazione specializzata può aiutare a comprendere i propri diritti e le procedure da seguire.

Il diritto di un genitore finisce dove inizia la violenza e la persecuzione. Nessuna difficoltà legata alla separazione può giustificare comportamenti che ledono la libertà e la sicurezza di un’altra persona.

Per assistenza o per segnalare il tuo caso, contatta Sportello Consumatori.

Contattaci su WhatsApp

Di admin