Il tempo che un lavoratore impiega per indossare e togliere la divisa aziendale può essere considerato orario di lavoro e, di conseguenza, deve essere retribuito. La questione, a lungo dibattuta, è stata chiarita da un intervento del Ministero del Lavoro che ha recepito gli orientamenti consolidati della Corte di Cassazione. La differenza fondamentale non risiede nell’obbligo di indossare una divisa, ma nel grado di controllo che il datore di lavoro esercita su questa operazione.

Il principio chiave: l’eterodirezione del datore di lavoro

Il concetto fondamentale per stabilire se il cosiddetto “tempo divisa” debba essere retribuito è quello di eterodirezione. Questo termine indica che l’attività di vestizione e svestizione è diretta e disciplinata dal datore di lavoro. In altre parole, non si tratta più di un’azione che rientra nella sfera privata del dipendente, ma di un’obbligazione che fa parte integrante della prestazione lavorativa.

Quando il datore di lavoro impone non solo l’uso di specifici indumenti, ma anche il luogo e il momento in cui questi devono essere indossati e rimossi, sta di fatto esercitando il proprio potere direttivo. Di conseguenza, il tempo impiegato per queste operazioni deve essere considerato come svolto nell’interesse dell’azienda e quindi computato nell’orario di lavoro.

Quando il “tempo divisa” è considerato orario di lavoro

Sulla base dei chiarimenti ministeriali e delle sentenze della Cassazione, il tempo per indossare la divisa deve essere retribuito quando si verificano determinate condizioni. L’elemento centrale è sempre l’imposizione da parte dell’azienda, che può manifestarsi in diversi modi.

Le situazioni più comuni in cui scatta l’obbligo di retribuzione includono:

  • Obbligo di cambiarsi sul posto di lavoro: Il datore di lavoro richiede esplicitamente che la vestizione e la svestizione avvengano all’interno dei locali aziendali. Questo può essere stabilito nel contratto di lavoro, in un regolamento interno o semplicemente attraverso direttive verbali.
  • Ragioni di igiene e sicurezza: In settori come quello sanitario, alimentare, farmaceutico o chimico, le divise devono essere indossate solo all’interno dell’ambiente di lavoro per garantire standard igienici o di sicurezza. In questi casi, la vestizione è un atto strettamente funzionale e preparatorio alla prestazione stessa.
  • Divisa di proprietà dell’azienda: Se gli indumenti da lavoro devono essere custoditi obbligatoriamente presso la sede aziendale e non possono essere portati a casa, è un chiaro segnale che il tempo per indossarli è legato all’attività lavorativa e non alla vita privata del dipendente.
  • Controllo su tempo e luogo: Se l’azienda disciplina le modalità e i tempi della vestizione, ad esempio richiedendo che avvenga subito prima dell’inizio del turno e subito dopo la sua fine, tale tempo rientra nella sua sfera di controllo e va retribuito.

Quando il tempo per la vestizione non viene retribuito

Al contrario, il tempo impiegato per indossare la divisa non rientra nell’orario di lavoro se il dipendente ha la facoltà di scegliere dove e quando cambiarsi. Se il lavoratore può indossare la divisa a casa e arrivare sul luogo di lavoro già pronto per iniziare la sua attività, il tempo per la vestizione è considerato parte della sua preparazione personale, simile alla scelta degli abiti quotidiani.

In assenza di un obbligo esplicito o implicito di cambiarsi in azienda, e se la natura del lavoro non lo impone per ragioni specifiche (come quelle igienico-sanitarie), la scelta è lasciata al lavoratore. In questo scenario, il tempo per indossare la divisa non è eterodiretto e, pertanto, non deve essere retribuito.

Diritti dei lavoratori e azioni consigliate

I lavoratori che ritengono di avere diritto alla retribuzione del “tempo divisa” dovrebbero innanzitutto verificare cosa prevede il loro Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL), che potrebbe contenere disposizioni specifiche in merito. È utile anche controllare il contratto individuale e gli eventuali regolamenti aziendali.

Se le condizioni per la retribuzione sono soddisfatte (obbligo di cambiarsi in azienda, ragioni igieniche, ecc.) ma il tempo non viene riconosciuto, il primo passo è presentare una richiesta formale al datore di lavoro. Qualora l’azienda neghi il diritto, è possibile rivolgersi ai rappresentanti sindacali o a consulenti specializzati in diritto del lavoro per valutare le azioni da intraprendere per tutelare i propri diritti.

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Di admin