I cittadini ammessi al patrocinio a spese dello Stato, comunemente noto come gratuito patrocinio, hanno diritto a ricevere assistenza legale senza dover sostenere i costi della difesa. La legge stabilisce un principio fondamentale a tutela di questo diritto: l’avvocato designato non può chiedere né percepire alcun compenso dal proprio assistito. La violazione di questa regola costituisce un grave illecito disciplinare, come ribadito dal Consiglio Nazionale Forense.

Cos’è il patrocinio a spese dello Stato

Il patrocinio a spese dello Stato è un istituto che garantisce il diritto alla difesa a chi non dispone di risorse economiche sufficienti per pagare un avvocato. Lo Stato si fa carico dei costi legali, assicurando che tutti possano accedere alla giustizia. Per ottenere questo beneficio, è necessario possedere specifici requisiti di reddito, stabiliti annualmente dalla legge. Una volta ottenuta l’ammissione, il cittadino ha diritto a un’assistenza legale completa per la causa in questione, senza dover corrispondere alcuna somma al difensore.

Il divieto assoluto di chiedere compensi

La normativa di riferimento, il Testo Unico sulle spese di giustizia (d.P.R. 115/2002), è estremamente chiara. L’articolo 85 vieta al difensore di un cliente ammesso al gratuito patrocinio di chiedere o percepire compensi o rimborsi a qualsiasi titolo. L’unica remunerazione a cui l’avvocato ha diritto è quella liquidata dall’autorità giudiziaria e pagata dallo Stato.

Questo divieto è inderogabile e non ammette eccezioni. Non rileva, ad esempio, che il professionista non fosse a conoscenza dell’ammissione al beneficio, né che tale beneficio venga successivamente revocato. La richiesta di denaro al cliente costituisce di per sé una violazione dei doveri professionali.

La posizione del Consiglio Nazionale Forense

Il Consiglio Nazionale Forense, l’organo di autogoverno della professione forense, ha più volte confermato la gravità di questa condotta. In una sua pronuncia (sentenza n. 136/2019), ha sanzionato un avvocato che aveva inviato un messaggio al proprio cliente, ammesso al patrocinio, sollecitando un pagamento. Questo comportamento è stato ritenuto un illecito disciplinare grave, poiché lede non solo i diritti del cliente ma anche la dignità e il decoro della professione legale.

Cosa fare se l’avvocato chiede un pagamento

Un cittadino ammesso al gratuito patrocinio che riceve una richiesta di pagamento dal proprio avvocato deve sapere che tale richiesta è illegittima. È importante conoscere i propri diritti e le azioni da intraprendere per tutelarsi.

Ecco i passi da seguire:

  • Non pagare: Non bisogna cedere alla richiesta e non si deve versare alcuna somma. Il pagamento non è dovuto per legge.
  • Conservare le prove: È fondamentale conservare qualsiasi prova della richiesta di pagamento, come messaggi (SMS, WhatsApp), email, lettere o eventuali registrazioni, nel rispetto della normativa sulla privacy.
  • Segnalare l’accaduto: Il comportamento dell’avvocato deve essere segnalato al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati (COA) di appartenenza del professionista. Il COA è l’organo territoriale competente a vigilare sul rispetto delle norme deontologiche e ad avviare procedimenti disciplinari.
  • Cambiare avvocato: Se il rapporto di fiducia è compromesso, il cliente può richiedere la sostituzione del difensore.

Segnalare queste irregolarità è un diritto del cittadino e un dovere civico, poiché contribuisce a mantenere l’integrità e la correttezza della professione forense, garantendo che l’istituto del gratuito patrocinio funzioni come previsto dalla Costituzione.

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Di admin