Durante la fase iniziale dell’emergenza sanitaria da COVID-19, il sistema giudiziario italiano ha dovuto riorganizzarsi rapidamente per bilanciare la tutela della salute pubblica con la necessità di garantire i servizi essenziali. In questo contesto, la Corte di Cassazione emanò specifiche istruzioni operative nel marzo 2020 per regolamentare l’accesso ai suoi uffici e la gestione dei procedimenti, in linea con le disposizioni del decreto “Cura Italia” (D.L. 18/2020).
Il blocco delle attività giudiziarie nel 2020
Per contenere la diffusione del virus, il Governo dispose una sospensione generalizzata delle attività giudiziarie. Dal 9 marzo al 15 aprile 2020, la maggior parte delle udienze civili e penali venne rinviata d’ufficio e i termini processuali furono sospesi. Questo significava che scadenze per depositare atti, proporre ricorsi o impugnare sentenze vennero temporaneamente congelate per quasi tutti i procedimenti.
L’obiettivo era ridurre al minimo gli spostamenti e gli assembramenti nei palazzi di giustizia, proteggendo avvocati, magistrati, personale amministrativo e cittadini. Tuttavia, la giustizia non poteva fermarsi completamente, specialmente per le questioni più delicate e urgenti.
Le istruzioni operative della Cassazione
Il provvedimento del Primo Presidente della Cassazione del 25 marzo 2020 servì a chiarire come gestire i casi che, per la loro natura, non potevano essere sospesi. Le istruzioni definivano quali procedimenti dovessero proseguire e con quali modalità operative, garantendo al contempo le massime precauzioni sanitarie.
Procedimenti urgenti non sospesi
La legge individuava una serie di procedimenti considerati indifferibili, per i quali la sospensione non era applicabile. Sebbene l’elenco fosse tecnico, le categorie principali includevano:
- Cause penali urgenti: procedimenti con imputati in stato di custodia cautelare, processi per reati gravi o con esigenze di tutela delle vittime, e in generale tutte le situazioni in cui un ritardo avrebbe potuto compromettere diritti fondamentali.
- Cause civili indifferibili: procedimenti relativi ad alimenti, ordini di protezione contro gli abusi familiari, provvedimenti riguardanti minori, trattamenti sanitari obbligatori e altre questioni in cui era in gioco la tutela di diritti primari della persona.
- Altre materie urgenti: come le cause di competenza del Tribunale per i minorenni e alcune procedure esecutive considerate essenziali.
È importante notare che, ad esempio, le cause in materia tributaria non rientravano tra le eccezioni e furono quindi soggette alla sospensione generale.
Modalità di accesso ai servizi
Per gestire i procedimenti urgenti, la Cassazione stabilì regole di accesso molto rigide ai propri uffici, valide fino al 15 aprile 2020 e soggette a proroga. L’accesso alle cancellerie era consentito a un solo utente per volta, mantenendo la distanza di sicurezza. Per depositare atti o consultare fascicoli, era necessario inviare una richiesta via email e attendere una comunicazione con giorno e orario dell’appuntamento. Per il deposito di ricorsi e controricorsi, si invitavano gli avvocati a privilegiare l’invio tramite servizio postale.
L’impatto sui cittadini e consumatori
Queste misure, sebbene necessarie, ebbero un impatto significativo sui cittadini. La sospensione generale causò un inevitabile allungamento dei tempi della giustizia per migliaia di cause non urgenti. Molti consumatori videro le loro controversie (ad esempio, quelle relative a contratti, risarcimenti o questioni condominiali) slittare di mesi.
D’altro canto, le eccezioni previste garantirono la continuità della tutela per i diritti più importanti, come la libertà personale e la protezione dei soggetti più deboli. La riorganizzazione forzata ha anche accelerato la transizione verso modalità di lavoro telematico e digitale all’interno del sistema giudiziario, un processo che ha continuato a evolversi anche dopo la fine della fase più acuta dell’emergenza.
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