Un professionista che, una volta andato in pensione, continua a svolgere la propria attività lavorativa autonoma ha l’obbligo di iscriversi alla Gestione Separata dell’INPS. Questo principio è stato chiarito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 7485 del 2020, che ha risolto i dubbi interpretativi riguardanti gli obblighi contributivi per i redditi prodotti dopo il pensionamento. La decisione sottolinea che la copertura previdenziale deve essere garantita per tutti i redditi da lavoro, anche quelli percepiti da soggetti già titolari di una pensione.
Il principio stabilito dalla Cassazione
La questione centrale affrontata dalla Corte riguarda i professionisti iscritti a un albo e a una cassa di previdenza privata che, dopo aver maturato il diritto alla pensione, proseguono l’attività. Spesso, i regolamenti di queste casse di categoria prevedono per i pensionati il versamento di un contributo ridotto, detto “contributo integrativo”, che ha una funzione di solidarietà e non genera un aumento della pensione. Manca invece il versamento del “contributo soggettivo”, ovvero la quota calcolata sul reddito che serve a costruire la propria posizione previdenziale.
Secondo la Cassazione, proprio in questa situazione scatta l’obbligo di iscrizione alla Gestione Separata INPS. Se l’attività professionale genera un reddito che non è assoggettato a contribuzione soggettiva presso la cassa di appartenenza, tale reddito deve essere soggetto a contribuzione INPS. In caso contrario, si creerebbe un vuoto contributivo, con redditi da lavoro che sfuggirebbero a qualsiasi forma di prelievo previdenziale obbligatorio.
La funzione della Gestione Separata INPS
La Gestione Separata è stata istituita con la legge n. 335 del 1995 proprio con una vocazione universalistica: garantire una tutela previdenziale a tutte quelle categorie di lavoratori autonomi e parasubordinati che ne erano sprovvisti. La sua funzione non è alternativa, ma complementare rispetto alle altre forme di previdenza obbligatoria, come le casse professionali.
Questo significa che la Gestione Separata interviene per “riempire i vuoti” lasciati dagli altri regimi. Se una cassa professionale, per sue regole interne, esonera un professionista pensionato dal versamento dei contributi soggettivi sul reddito prodotto, questa esclusione fa automaticamente scattare l’obbligo di iscrizione e versamento all’INPS. L’obiettivo è assicurare che ogni forma di lavoro abituale sia collegata a una contribuzione previdenziale, come previsto dai principi costituzionali.
Cosa devono verificare i professionisti pensionati
Per i professionisti che intendono continuare a lavorare dopo la pensione, questa sentenza introduce la necessità di una verifica attenta della propria posizione contributiva. Non è sufficiente essere iscritti a un albo per essere in regola. È fondamentale capire quali contributi sono dovuti alla propria cassa di previdenza.
Ecco alcuni passaggi pratici da seguire:
- Consultare il regolamento della propria cassa professionale: il primo passo è verificare cosa prevede lo statuto della propria cassa di previdenza per i professionisti pensionati che continuano a esercitare.
- Distinguere i tipi di contributo: è cruciale capire se il versamento richiesto è un contributo soggettivo (che costruisce la pensione) o solo un contributo integrativo o di solidarietà.
- Valutare l’obbligo verso l’INPS: se la cassa di categoria non richiede il versamento del contributo soggettivo sul reddito professionale, è necessario procedere con l’iscrizione alla Gestione Separata INPS.
- Calcolare i contributi dovuti: l’iscrizione comporta il pagamento dei contributi calcolati in base alle aliquote previste per la Gestione Separata, che si applicheranno sul reddito professionale prodotto.
Ignorare questo obbligo può portare all’emissione di cartelle esattoriali da parte dell’INPS per il recupero dei contributi non versati, con l’aggiunta di sanzioni e interessi. È quindi consigliabile regolarizzare la propria posizione per evitare spiacevoli sorprese.
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