Il Decreto Legge “Cura Italia”, emanato nel marzo 2020 come una delle prime e più massicce risposte dello Stato all’emergenza sanitaria ed economica causata dalla pandemia di Covid-19, mirava a sostenere famiglie, lavoratori e imprese. Tuttavia, tra le pieghe delle sue numerose disposizioni, una categoria professionale si è sentita esclusa: quella degli avvocati. Le associazioni di categoria hanno fin da subito evidenziato come le misure previste non offrissero un supporto concreto e immediato per i liberi professionisti iscritti a casse previdenziali private.
Le criticità del Decreto per i liberi professionisti
Il problema principale sollevato dall’avvocatura riguardava la natura degli aiuti economici. Il decreto istituiva un “Fondo per il reddito di ultima istanza” per garantire un’indennità ai lavoratori autonomi e dipendenti colpiti dalla crisi. Questa misura, però, si è rivelata generica e insufficiente per i professionisti iscritti a casse di previdenza autonome, come la Cassa Forense per gli avvocati. La dotazione del fondo doveva essere ripartita tra una vasta platea di beneficiari, rendendo l’eventuale contributo individuale incerto e potenzialmente esiguo.
Mancavano, di fatto, interventi specifici che tenessero conto della particolare situazione degli avvocati, la cui attività era stata quasi completamente paralizzata dalla sospensione delle udienze e delle attività processuali non urgenti. Questa interruzione forzata ha significato un azzeramento quasi totale dei flussi di reddito per molti studi legali, soprattutto per i più piccoli e per i giovani professionisti.
Le richieste delle associazioni forensi
Di fronte a questo vuoto normativo, le principali rappresentanze dell’avvocatura, come l’Organismo Congressuale Forense (OCF) e l’Associazione Italiana Giovani Avvocati (AIGA), hanno rivolto un appello diretto al Governo e alla Cassa Forense. Le richieste miravano a ottenere strumenti di sostegno rapidi e adeguati alla gravità della situazione. Le principali proposte avanzate includevano:
- Cessione pro-soluto dei crediti del gratuito patrocinio: Molti avvocati vantano crediti nei confronti dello Stato per l’attività di difesa d’ufficio o di patrocinio a spese dello Stato. I tempi di liquidazione di questi crediti sono notoriamente lunghi. La proposta era di permettere agli avvocati di cedere questi crediti alla Cassa Forense o ad altri istituti, ottenendo liquidità immediata per far fronte alle spese correnti.
- Strumenti di credito agevolato: Si chiedeva l’attivazione di linee di credito a tassi vantaggiosi e con procedure di accesso semplificate, per consentire agli studi legali di superare la crisi di liquidità senza indebitarsi a condizioni di mercato ordinarie.
- Sospensione dei contributi previdenziali: Un’altra richiesta fondamentale era quella di sospendere o posticipare il versamento dei contributi minimi obbligatori alla Cassa Forense, per alleggerire la pressione finanziaria in un momento di entrate nulle.
L’impatto della crisi sulla giustizia e sui cittadini
La difficoltà economica della classe forense non è una questione che riguarda solo gli addetti ai lavori, ma ha ripercussioni dirette sull’intero sistema giustizia e, di conseguenza, sui diritti dei cittadini. Un’avvocatura in crisi fatica a garantire un’assistenza legale efficace e capillare. Il blocco delle attività e la mancanza di sostegni adeguati hanno rischiato di compromettere l’accesso alla giustizia per molti, specialmente per le fasce più deboli della popolazione.
Questa situazione ha messo in luce come la sostenibilità economica dei liberi professionisti sia un tassello fondamentale per il corretto funzionamento di servizi essenziali. Senza avvocati in grado di operare, i diritti delle persone non possono essere adeguatamente tutelati. L’episodio del Decreto “Cura Italia” ha quindi rappresentato un importante momento di riflessione sulla necessità di includere tutte le categorie professionali nelle misure di emergenza, per preservare non solo il tessuto economico, ma anche i pilastri dello stato di diritto.
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