Subire un demansionamento sul posto di lavoro non garantisce automaticamente il diritto a un risarcimento. La Corte di Cassazione, con una sentenza consolidata (in particolare con l’ordinanza n. 6941/2020), ha chiarito un principio fondamentale: spetta al lavoratore dimostrare con precisione i danni subiti a causa della dequalificazione professionale. L’inadempimento del datore di lavoro è il presupposto, ma il danno che ne deriva deve essere provato in modo specifico.
Cos’è il demansionamento e perché è illegittimo
Il demansionamento si verifica quando un lavoratore viene assegnato a mansioni inferiori rispetto a quelle previste dal suo livello di inquadramento contrattuale o a quelle svolte in precedenza. Questa pratica può manifestarsi in diverse forme: dall’assegnazione di compiti più semplici e ripetitivi fino alla totale inattività forzata, una condizione che umilia la professionalità del dipendente.
Secondo l’articolo 2103 del Codice Civile, il lavoratore ha il diritto di essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto. Il datore di lavoro ha l’obbligo di valorizzare e utilizzare le competenze del proprio personale. Per questo motivo, il demansionamento è, in linea di principio, un atto illegittimo che costituisce un inadempimento contrattuale da parte dell’azienda. Esistono eccezioni previste dalla legge, ad esempio in caso di modifiche degli assetti organizzativi che incidono sulla posizione del lavoratore, ma devono essere motivate e gestite secondo procedure specifiche.
Il principio della Cassazione: il danno non è automatico
La giurisprudenza ha superato l’idea che il danno da demansionamento sia una conseguenza automatica e inevitabile della dequalificazione (danno in re ipsa). La Cassazione ha stabilito che, sebbene l’atto del demansionamento sia di per sé un illecito, il lavoratore che chiede un risarcimento deve fare un passo in più: deve allegare e provare le conseguenze negative che questa condotta ha avuto sulla sua sfera personale e professionale.
I danni risarcibili possono essere di diversa natura:
- Danno alla professionalità: Consiste nell’impoverimento delle competenze tecniche del lavoratore, nella perdita di opportunità di carriera e nella lesione della sua immagine e reputazione professionale. Un lungo periodo di inattività o di mansioni ripetitive può rendere obsolete le conoscenze acquisite.
- Danno biologico: Riguarda la lesione dell’integrità psico-fisica. Lo stress, l’ansia, la depressione e altri disturbi legati alla condizione lavorativa rientrano in questa categoria. Per essere risarcito, questo danno deve essere accertato da una perizia medico-legale.
- Danno esistenziale: Si riferisce al peggioramento della qualità della vita, alla compromissione delle relazioni sociali e familiari e alla rinuncia ad attività personali a causa del disagio vissuto sul lavoro. È un danno che altera le abitudini di vita e la libera espressione della persona.
Come provare il danno da demansionamento
Per ottenere un risarcimento, il lavoratore non può limitarsi a denunciare il demansionamento. Deve fornire al giudice elementi concreti e specifici che dimostrino l’esistenza e l’entità del pregiudizio subito. La prova può essere fornita anche attraverso presunzioni, ovvero indizi gravi, precisi e concordanti che, nel loro insieme, convincono il giudice dell’esistenza del danno.
Ecco alcuni elementi utili da presentare in una causa per demansionamento:
- Durata: Quanto più lungo è il periodo di dequalificazione o inattività, tanto più probabile è che si sia verificato un danno.
- Qualità della professionalità: La natura delle competenze del lavoratore e il loro grado di specializzazione sono fattori importanti.
- Confronto delle mansioni: È essenziale documentare in dettaglio le mansioni svolte prima e dopo il demansionamento per evidenziare il peggioramento.
- Testimonianze: Le dichiarazioni di colleghi o ex colleghi possono confermare la situazione di dequalificazione.
- Documentazione medica: Certificati medici, perizie e prescrizioni sono indispensabili per provare un danno biologico.
- Perdita di opportunità: Dimostrare di aver perso concrete occasioni di lavoro o di carriera a causa dell’impoverimento professionale.
Cosa fare in caso di demansionamento
Se ritieni di essere vittima di demansionamento, il primo passo è raccogliere quante più prove possibili della tua situazione (email, ordini di servizio, testimonianze). È consigliabile inviare una comunicazione formale all’azienda, tramite raccomandata A/R o PEC, contestando l’assegnazione a mansioni inferiori e chiedendo il reintegro nelle proprie funzioni. Se l’azienda non risponde o nega il problema, è necessario valutare un’azione legale.
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