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Coronavirus: avvocati in sciopero
All’inizio dell’emergenza sanitaria legata al Coronavirus, nel marzo 2020, il sistema giudiziario italiano ha affrontato un periodo di grande incertezza. Le
All’inizio dell’emergenza sanitaria legata al Coronavirus, nel marzo 2020, il sistema giudiziario italiano ha affrontato un periodo di grande incertezza. Le prime misure governative, ritenute insufficienti a garantire la sicurezza, portarono l’avvocatura a una drastica forma di protesta: la proclamazione di un’astensione collettiva dalle udienze su tutto il territorio nazionale, comunemente definita sciopero.
L’emergenza sanitaria nei tribunali e la proclamazione dello sciopero
Con la rapida diffusione del contagio, i tribunali divennero luoghi ad alto rischio. L’afflusso quotidiano di avvocati, magistrati, personale amministrativo, cittadini, testimoni e consulenti rendeva difficile, se non impossibile, mantenere il distanziamento sociale e applicare misure di prevenzione efficaci. I primi decreti legge avevano disposto la sospensione delle attività giudiziarie solo nelle cosiddette “zone rosse”, creando una situazione disomogenea e lasciando scoperti molti uffici giudiziari.
In questo contesto, l’Organismo Congressuale Forense (OCF) deliberò l’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria non urgente per 15 giorni, a partire dal 6 marzo e fino al 20 marzo 2020. La protesta mirava a tutelare la salute di tutti gli operatori della giustizia e dei cittadini, sollecitando il Governo a un intervento normativo unitario e più incisivo.
Le ragioni della protesta: sicurezza e uniformità
La richiesta dell’avvocatura non era solo una misura di autotutela, ma una presa di posizione per la salute pubblica e per il corretto funzionamento della giustizia. Le principali motivazioni alla base dello sciopero erano chiare e condivise da diverse sigle professionali, inclusi i commercialisti per quanto riguarda la giustizia tributaria.
Le richieste fondamentali avanzate al Ministero della Giustizia includevano:
- Sospensione generalizzata: Il rinvio d’ufficio di tutte le udienze non urgenti e la sospensione dei termini processuali sull’intero territorio nazionale, per evitare disparità di trattamento e rischi sanitari.
- Sicurezza negli uffici giudiziari: La necessità di adottare protocolli sanitari rigorosi per le poche attività giudiziarie ritenute indifferibili, come quelle relative alla libertà personale.
- Certezza normativa: La richiesta di un provvedimento chiaro e omogeneo che sostituisse le disposizioni frammentarie e i provvedimenti presi in autonomia dai singoli tribunali, che generavano confusione e incertezza.
L’obiettivo era fermare temporaneamente le attività non essenziali per consentire di riorganizzare il sistema in condizioni di sicurezza, senza mettere a repentaglio la salute di migliaia di persone.
Cosa ha significato lo sciopero per i cittadini
L’astensione degli avvocati ha avuto un impatto diretto e significativo per i consumatori e i cittadini coinvolti in procedimenti legali. Se da un lato la protesta era volta a tutelare la salute collettiva, dall’altro ha comportato un’inevitabile paralisi di gran parte del sistema giudiziario.
Le conseguenze pratiche per le persone sono state:
- Rinvio dei processi: La maggior parte delle udienze civili, penali e amministrative fissate nel periodo dello sciopero è stata rinviata a data da destinarsi, allungando i tempi già lunghi della giustizia.
- Sospensione dei termini: L’incertezza sulla sospensione dei termini per depositare atti, presentare ricorsi o impugnare sentenze ha creato notevoli difficoltà operative.
- Rallentamento delle pratiche: Anche le attività di cancelleria e segreteria hanno subito un forte rallentamento, con ripercussioni su notifiche, copie di atti e altre procedure burocratiche.
Sono state garantite solo le prestazioni indispensabili, come i procedimenti con imputati detenuti o le cause relative ad alimenti e diritti fondamentali della persona. Per tutto il resto, i cittadini hanno dovuto attendere che la situazione si normalizzasse con l’adozione di provvedimenti governativi più strutturati, che arrivarono nelle settimane successive.
La risposta istituzionale e l’evoluzione della normativa
Inizialmente, la risposta del Ministero della Giustizia fu prudente, orientata a limitare le sospensioni solo dove strettamente necessario per non fermare completamente la macchina giudiziaria. Tuttavia, la pressione dell’avvocatura e l’aggravarsi della situazione sanitaria portarono rapidamente il Governo a emanare decreti più ampi, come il “Cura Italia”, che disposero una sospensione generalizzata delle attività giudiziarie non urgenti, dando finalmente una risposta organica alle richieste della categoria e alle necessità del Paese.
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