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Di nuovo la guerra del grano?

Di nuovo la guerra del grano?
BARI – Anche quest’anno parte significativa dei costi della mondializzazione verrà pagata dai contadini pugliesi.

Mentre le messi sono pronte per essere raccolte il prezzo del grano viene compresso dall’importazione di immense quantità da altre zone del mondo che beneficiano di altra legislazione e quindi di altri costi (molto più bassi); così grani molto diversi dai nostri vengono preferiti dai trasformatori italiani semplicemente perché qui da noi si pagano di più operai, tasse e burocrazia. Un gioco “sporco” che è già stato cagione della chiusura di intere filiere produttive e che ha messo in cattiva luce anche la stessa libertà dei commerci che, pur essendo una conquista di civiltà relativamente recente, si presenta oggi come il male assoluto.

Si dovrebbe decidere: se si vuole che si paghino le tasse e gli operai si devono mettere gli imprenditori italiani in condizione di lavorare e guadagnare; se invece si vuole mondializzare i prezzi è necessario che non si retribuiscano decentemente gli operai e lo stato vada in bancarotta. È cinico ma così è.

La demenziale attuale politica di mondializzazione dell’economia pone la questione in maniera idiota: si lascia tutto com’è mentre si aprono le frontiere a chiunque; arrivano qui da noi a quattro soldi merci in dumping, altre merci prodotte da lavoratori sfruttati come schiavi, derrate che se fossero prodotte qui sarebbero considerate dannose per la salute, interi sistemi produttivi di centinaia di milioni di persone che non rispettano in nessuna maniera l’ambiente,.. è come se si facessero gareggiare due atleti di cui uno ha una palla di piombo al piede e ci si meraviglia poi della sua sconfitta. Cioè la colpa è di una classe politica che sta facendo cose di molto più grandi delle sue troppo modeste capacità culturali.

In una situazione così grave i diretti danneggiati reagiscono come possono: qualcuno si arrende e muore portandosi dietro intere filiere produttive oltre a competenze occupazione e reddito; altri sopravvivono di stenti invitando caldamente i figli a non continuare sulla stessa strada; altri ancora protestano per strada, ma contro chi? E, quello che più conta, per proporre cosa? Chiudere le frontiere? Vincono così i numerosi Trump che spuntano come funghi in ogni dove.

Gravissimo è il ruolo e la responsabilità delle organizzazioni di categoria. Assieme alla insipienza della politica troviamo le associazioni di settore che sembrano accorgersi di tanto disastro solo al momento in cui si devono raccogliere i frutti di un anno di lavoro. Talune associazioni semplicemente non hanno fatto nulla per salvare interi settori produttivi come ad esempio il salotto di Santeramo o la scarpa di Barletta; altre organizzano proteste eclatanti sapendo che non accadrà nulla se non consentire un po’ di sfogo ai danneggiati e un po’ di pubblicità per loro.

Pure in un passato non molto lontano il prezzo del grano (e di altre derrate agricole) era salito fin oltre i 50 dollari tanto che si è protestato per il suo eccesivo rincaro. È mai possibile che nessuno se ne ricordi? Le possibili proposte sono tante ma non se ne propone nessuna decisiva. Esaminiamone una quanto meno come esempio.

È evidente che gli eccessi produttivi in agricoltura debbano essere smaltiti in maniera non alimentare. Il “progresso” tecnologico consente oggi rese per ettaro e per addetto così elevate che si ottengono prodotti appena mangiabili e vendibili solo a prezzi non remunerativi; nel caso del grano ad esempio l’epidemia di celiachia e delle intolleranze in genere dicono chiaro e tondo che non si deve portare sulla tavola un prodotto scadente se no si ammalano intere popolazioni. Quindi tutte le derrate “economiche” devono essere destinate ad altri usi che non quello alimentare; tra questi usi alcuni sono già in essere in Italia e in tutto il mondo; tra di essi il migliore è quello dei biocarburanti. Già oggi piccole parti di produzioni agricole vengono utilizzate per fare benzine e gasolio con carico inquinante zero nonostante la opposizione esplicita e silenziosa dei signori del petrolio. Il costo industriale di tali produzioni è più basso dell’attuale prezzo dei carburanti alla pompa; però vengono messe fuori mercato dalle accise e dalle tasse applicate. Quindi tale sbocco viene impedito dalle solite cose: lo stato che mette tasse e dalla ignoranza degli addetti al settore che dimenticano di questa possibilità. Altra assurdità che impedisce questo uso è che l’intero settore dei biocarburanti è oggi monopolizzato proprio dalle compagnie petrolifere; esse quindi dormono su sette cuscini essendosi assicurate che nessuno costituisca una lobby del biocarburante ostile al petrolio come fu Gardini e la EniMont negli anni ’80 e che anche nella sciagurata ipotesi (per loro) di dover produrre maggiore biocarburante lo produrranno e venderanno sempre loro. Nel frattempo i petrolieri trattano il settore con grade sufficienza producendo (forse volutamente) un prodotto pessimo e quindi dannoso per i motori; nel frattempo i petrolieri stessi si sono peritati di fare ricerche scientifiche che permettono di produrre biocarburanti da altro che non dal grano o dall’olio proprio al fine di mantenere bassi i prezzi agricoli.

Come si vede una situazione gravissima e molto più grave di quanto non appaia per il presente e per il futuro di tutti noi. Situazione deliberatamente tenuta sotto controllo da pochi manipolatori dell’economia e dell’agricoltura. Situazione che descrive come pochissimi condizionano governi e Istituzioni…

Gli amici delle organizzazione dei coltivatori son stati comprati dalle compagnie petrolifere per non proporre questa definitiva soluzione? Non lo vogliamo pensare neanche come ipotesi ma l’alternativa è che serve una guerra per la sopravvivenza della dieta mediterranea. Alla



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